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Dalle macerie

dallemacerie

Prima parte. Taranto, autunno 1993. Giancarlo Cito, il Masaniello redivivo, il Le Pen dello Ionio, riesce a farsi eleggere sindaco. Esponente della destra e volto solo apparentemente nuovo nel quadro della politica locale, governa la città mantenendo una vecchia e logora sudditanza nei confronti dei poteri forti, unita alla brama di entrare nel gioco delle parti. Impiego di At6, la sua tv privata, calunnia sistematica contro gli avversari e metodica dissoluzione del dialogo sono i metodi impiegati per diventare primo cittadino, anche se il consenso, negli anni in cui è in carica, rimane abbastanza compatto. Quattordici anni dopo, scontata la pena per concorso esterno in associazione mafiosa, Cito si candida di nuovo alla guida di Taranto, divenuto nel frattempo il primo comune a usufruire della legge sul dissesto finanziario degli enti locali. In un vuoto politico, in un clima degno del miglior Ballard, si colloca l’eterno ritorno di Giancarlo Cito, il geometra, l’ex picchiatore fascista. È l’avvento del neocitismo… Seconda parte. Taranto è una città divisa in due, ciascuna con una propria anima. Da una parte la città vecchia, l’isola senza tempo, quella della cattedrale di San Cataldo, espressione di un sincretismo di stili e generi frutto di dominazioni, popoli e culture, della zona dei pescatori, con i venditori di sigarette di contrabbando, i parcheggiatori abusivi, dove si svolge la Processione dell’Addolorata la notte del Giovedì Santo. Dall’altra, la città nuova, risultato dell’industrialismo e del boom edilizio, soggiogata dapprima alla Marina, all’Arsenale, e poi alla fabbrica, senza Storia, senza cultura, simile ad una cittadina del Midwest americano, - se non fosse per il mare -, abitata da un sottoproletariato amorfo, atomizzato, chiuso in quartieri-ghetto e suburbi. Taranto è una città-groviera, affetta dalla piaga dello shrinkage (la desertificazione abitativa del suo centro, e non solo), sembra una delle steel towns americane, dove il Sud “fuori dalla Storia”, il “Sud dell’innocenza” e “della cultura popolare”, certamente non sopravvive… Parte terza. Nel nome di un industrialismo voluto dai governi democristiani e sostenuto dai partiti di sinistra e dal sindacato, dopo la crisi degli anni ’50 e il disfacimento della cantieristica navale dell’Arsenale, Taranto inizia a vivere un rapporto di sudditanza rispetto all’Italsider, la fabbrica gigante costruita nei primi anni ’60. L’industrialismo è considerato l’unico modo, se non per eliminare, almeno per limitare il sottoproletariato urbano e la disoccupazione, a costo di massacrare ambiente, assetto urbanistico e condizioni di vivibilità. Intorno al gigante siderurgico nasce la figura del “metalmezzadro” ionico (di cui parla Tobagi nel 1979)… Parte quarta. Taranto è anche Erasmo Iacovone, stella del calcio tarantino, morto a soli ventisei anni a causa di un incidente stradale; il liceo classico Archita, crocevia di cultura e formazione; l’isola di San Pietro, dove muore Choderos de Laclos, generale di Napoleone, il 5 settembre del 1803; la processione dei Misteri e dell’Addolorata, durante la Settimana Santa; un punto di incontro tra Oriente e Occidente, che nulla ha a che fare con il mito di Sparta; il fiume Tara, con le sue acque blu e i fanghi dal potere miracoloso, secondo la leggenda; il museo archeologico Marta, dove poter percepire il flusso del tempo di una città…

La prefazione di questo splendido volume, edito postumo nel 2018, è a firma di Goffredo Fofi, amico e guida di Alessandro Leogrande durante i venti anni di condivisione dell’orizzonte culturale e umano a bordo della rivista Lo Straniero. Dalle sue parole emerge lo spessore di uno scrittore, intellettuale, studioso e giornalista, lucido, attento ai fatti della storia, alle grandi e piccole mutazioni sociali. In Dalle macerie, leggiamo di cronache dal fronte meridionale, di quella Taranto che Leogrande tanto ha amato, città-paradigma di un intero paese e spesso della politica sconclusionata della sua classe dirigente. Nelle quattro parti in cui è diviso il testo, l’analisi riguarda tematiche politiche, economiche e sociologiche, non limitata ad una macro-prospettiva, ma focalizzata anche sulle esistenze dei singoli, delle povere anime schiacciate da un torchio politico non di rado spietato nonché da logiche gestionali incomprensibili per una mente raffinata e sensibile. Tante le pagine dedicate agli anni di dominio politico di Giancarlo Cito, specchio di una politica mercenaria e avida di consensi, all’evoluzione della vicenda Ilva (con contributi sulle condizioni di lavoro degli operai all’interno del gigante siderurgico, che non possono non suscitare rabbia e profonda riflessione), ma anche agli aspetti di vita sociale della città-groviera e infine ai colori e ai contenuti di una “tarantinità” che da sempre scorreva nelle vene dell’autore. Leogrande non si limita tuttavia ad una rappresentazione del reale, appunto ad una mera cronaca, ma indaga a fondo, in cerca di indizi nel tessuto sociale e nella storia, convinto di poter trovare spiegazioni dinnanzi al quadro che osserva. La bellezza di questo lavoro (ma questa è una peculiarità dello scrittore) è che non si respira passività, ma la determinazione di chi intende fornire strumenti, prospettive, spunti, se non per cambiare, quanto meno per correggere un andamento che, su grandi e dibattuti temi di politica sociale, non può essere condivisa. Al termine della lettura si nota l’assenza di quella “sconcretezza” di cui Salvemini accusava gli intellettuali meridionali, come evidenziato nella prefazione. L’introduzione del volume, dettagliata e approfondita, è curata da Salvatore Romeo.