Miriam ha preso una decisione, non vuole spendere l’intero stipendio per una breve settimana di vacanza al mare. Ha scelto di restare a Roma, ancor più affascinante nella sua tranquillità afosa, dove il calore del sole estivo si sposa perfettamente con la freschezza delle sue fontane storiche. In Italia le ferie al mare, quelle in cui tutti si accalcano per conquistare un ombrellone e prenotare il miglior tavolo al ristorante, non la tentano affatto. Eppure, anche passeggiare da sola per una città deserta può rivelarsi altrettanto demotivante. Mirì si ricorda di una vacanza al mare in particolare, quando aveva circa nove anni. Lei e sua madre erano andate a trovare un’amica in Puglia. Una notte, per la prima volta, vide la madre piangere e un’angoscia devastante la travolse. Presto scoprì che era stata lasciata e, a lasciarla, doveva essere stato quell’uomo con i “baffi marroni bruciacchiati” che ogni tanto veniva a cena a casa loro. Ricorda quanto fosse piacevole addormentarsi cullata dal vociare allegro della stanza accanto. All’epoca Mirì non ricordava come fosse avere un papà in casa, poiché il suo era già tornato in Giappone quando lei frequentava l’asilo, e non sapeva nemmeno se sua madre avesse sofferto per lui lo stesso dolore patito poi per l’uomo dai baffi bruciacchiati. Negli anni quel ricordo si è trasformato in un’angoscia quasi tangibile, poiché capace di svelarle una verità brutale: “la sofferenza d’amore era una cosa orribile e inevitabile. Così si diventava grandi”. Anche ora che è adulta, persiste in lei una sensazione oscura: “la paura di non essere altro che un animale randagio”. In questo turbinio di emozioni, tra la noia che la consuma e i ricordi del passato, Mirì esce per la prima volta con Rugantino, un avvocato affermato, un belloccio romano più grande di lei e apparentemente inarrivabile. Verso di lui nasce un’attrazione potente ed istintiva, che si mescola tuttavia con un’inquietante sensazione di repulsione. Un magnetismo invisibile la spinge ad avvicinarsi ma, al tempo stesso, qualcosa nel suo atteggiamento e nel suo modo di essere le provoca un profondo disagio…

Noemi Abe, traduttrice e scrittrice italogiapponese, con un dottorato in letteratura angloamericana, esordisce nella fiction con Damè. Non si fa, un romanzo che indaga il senso di appartenenza e la faticosa costruzione identitaria di chi vive sospeso tra due culture. Miriam Saito, figlia di madre italiana e padre giapponese, cresce a Roma, mentre d’estate trascorre lunghi periodi in Giappone con la famiglia paterna. È proprio lì che impara la parola damè – “non si fa” – un monito che incarna le rigide aspettative socioculturali a cui è sottoposta, un comando costantemente sussurrato che delimita il perimetro del comportamento ritenuto accettabile. Il suo stesso nome riflette un dualismo significativo. All’anagrafe è Miriam, per un’interferenza della nonna materna, ma sceglie di farsi chiamare Mirì, la versione giapponese. Un aneddoto rivelatore come racconta proprio la Abe a “Rai Cultura”: “Volevo subito sottolineare la natura controcorrente di Mirì. Se molte persone di origine asiatica che si trasferiscono in Occidente scelgono di adattare il proprio nome o di prenderne uno occidentale, Miriam, nata e cresciuta a Roma, fa l’opposto, sceglie un nome giapponese. È il primo passo di un viaggio interiore, alla ricerca di un padre che le appare distante e sconosciuto”. L’esistenza di Mirì è segnata da un perenne senso di estraneità. Se in Italia il suo aspetto la rende diversa, in Giappone è l’outsider che non conosce fino in fondo le norme implicite di una cultura basata sul conformismo e sulla discrezione. A questa doppia appartenenza, si aggiunge una quotidianità frustrante ed incerta, tra precarietà economica e fastidiose difficoltà burocratiche. Nel tentativo di trovare una maggiore stabilità, Mirì si lega a Rugantino, un uomo più grande di lei, sperando che l’amore possa offrirle un rinnovato senso di radicamento. La loro relazione è indubbiamente uno dei passaggi più incisivi del romanzo. “Per Mirì la coppia è un approdo, un appiglio, è trovare una posizione sociale. Mirì incontra Rugantino e ne rimane affascinata per il suo modo di essere diverso da lei […] fa un po’ fatica perché cerca di difendere uno dei suoi lati più importanti che è il piacere di perder tempo o anche il piacere della solitudine. In questo lei difende qualcosa che manca spesso nelle figure femminili che invece sono sempre così pronte, capaci a curarsi del mondo e a preoccuparsi per gli altri” spiega ancora l’autrice a “Rai Cultura”. Ma è davvero possibile costruire una casa su fondamenta così fragili? Noemi Abe racconta con delicatezza e lucidità le sfide di chi vive tra due culture, senza mai cedere a facili stereotipi. Il suo stile è essenziale, evocativo, capace di trasmettere il peso del non sentirsi mai “abbastanza”, del sentirsi ovunque fuori posto. Il racconto alterna momenti intensi a passaggi invece più introspettivi che offrono diversi spunti riflessivi ma talvolta rallentano il ritmo narrativo. Il lettore segue la protagonista in un lungo percorso alla ricerca di sé, percepisce il suo profondo disagio ma forse manca proprio quel coinvolgimento emotivo che renderebbe il suo vissuto maggiormente impattante. Noemi Abe ci regala un’opera che a tratti può risultare fredda, forse perché parla di un’esperienza che è essa stessa fatta di distanza e solitudine. È un romanzo che si rivolge a chi conosce il peso dell’inadeguatezza, a chi ha provato la sensazione di appartenere a ogni luogo e, al tempo stesso, a nessuno.