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Dannati e condannati

Dannati e condannati

È di maggio che partono, imbarcati sulla nave “San Giorgio”, lasciando il porto di Brindisi per la ex Jugoslavia. Nell’attesa le voci si rincorrono, si accavallano, si mescolano: c’è un po’ di Palermo, un po’ di Napoli, di Catanzaro, di Bari. Matteo Lovoci arriva da Villari, in Basilicata. Al suo paese le anziane, per saperne di più sulla sua partenza, scomodano anche il parroco, don Domenico, per tutti Don Mico, fino ad andare a chiederne conto al padre di Matteo, Pasquale. D’altronde, come si dice, il paese è piccolo e la gente mormora e Villari è davvero tutto un brusio di pettegolezzi. Non convince, ad esempio, la chiamata alle armi di Matteo che è a un passo dall’andare a sostituire il padre nel posto statale che occupa (alle Poste). Ma sono in molti a volere quel posto, anche quel “ciuccio” di Carmelo Sibbati che ha ripetuto due volte l’ultimo anno di scuola, mentre Matteo non solo ha studiato, ma è anche preparato. Alle donne del paese questa chiamata alle armi sembra troppo tempestiva per essere vera e a consegnarla è proprio Carmelo Sibbati che nel frattempo fa il postino, mentre afferma: “Mi dispiace che Matteo parte”, con un sorrisetto malcelato. E sempre nel paese di Villari sono solite le iatture, i malauguri, le maledizioni, anche se è tutta roba di poco conto e per giunta confessata subito a don Mico. E tra una chiacchiera e l’altra, si arriva pure a parlare degli Ascione, Lorenzo, avvocato, è presente a un incontro con Matteo e suo padre Pasquale. L’occasione è ghiotta per far riferimento al fratello dell’avvocato, Rocco, che dopo i diciotto comincia a frequentare Leonardo Palia, di cui le voci del paese dicono che “porta il rossetto sotto i baffi”. La madre difende Rocco, come farebbero tutto le madri del mondo e assolda Rosina Lupanò per sostenere il contrario, dopo opportuna verifica. Lei teme di dover portare le notizie non gradite in casa Ascione e si fa accompagnare dalle amiche. L’avvocato Lorenzo le accompagna nel suo studio e una volta accertata l’omosessualità del fratello, dichiara alla madre: “Bene! Rocco non parte più”...

Si passa con estrema (forse troppa) facilità dalle chiacchiere delle pettegole del paese a quelle degli albanesi che con i barconi raggiungono l’Italia, dal vissuto con i propri cari fino alla triste realtà dei soldati della “San Giorgio”, nave italiana inviata a Sarajevo, in Bosnia, in missione di pace, esperienza in cui ne vedono talmente tante da non essere in grado di superare i lasciti della guerra che vedono con i loro occhi. Complesso, difficile nella lettura anche per l’utilizzo di espressioni dialettali che a volte necessitano di una rilettura per un senso completo e senza dubbi. E forse non basta. Un susseguirsi continuo di vita e ricordi, basta un nonnulla perché i soldati siano catapultati nelle loro terre d’origine, con parenti, amici, mogli, facendo le cose che erano soliti fare, per di più pesca e mercato del pesce. Sono talmente forti i ricordi che per tornare alla realtà devono essere scossi a più riprese dai compagni di missione, altrimenti restano attaccati ognuno alla propria terra. D’altronde la realtà che i soldati vivono in missione di pace non è accattivante: i cecchini sono sempre dietro l’angolo e qualcuno è ancora attivo, fa freddo e c’è nebbia nonostante il mese di maggio e incontrare persone del luogo con il proprio carico di storie terribili non è certo il massimo. La guerra è comunque mentalmente debilitante, anche in missione di pace, ammesso e concesso che la si possa raccontare, tornando a casa e portando la pelle in salvo. E la voglia di casa è espressa in dialetto, in uno dei mille dialetti del sud, spesso incomprensibile, spesso solo accennato. Inevitabile quindi l’assalto dei ricordi che appaiono come fucilate, lampi di luce continui, in una realtà buia e troppo pesante da reggere per i nostri soldati.