Un dato da solo non spiega: fotografa l’istante in un determinato momento, è una tessera di spazio-tempo che vale come segnale ma si presta a facili distrazioni. C’è però un momento in cui “prende vita”, si veste di significato e aiuta a comprendere profondamente la realtà. Succede quando il dato diventa insight, un collegamento e, se gli insight sono molti, si può persino individuare una tendenza, simile a una “vibrazione collettiva”, sociale. Sembra un percorso semplice da capire e da applicare; in realtà il mero dato è oggetto di mistificazioni, distorsioni, approssimazioni e viene utilizzato per prendere decisioni (anche molto, molto macro) che annientano le qualità delle storie dietro il dato stesso. 2617: è, secondo un’indagine statunitense, il numero medio di volte in cui quotidianamente facciamo tap sullo schermo dello smartphone. Sembra incredibile ma è così. Al di là dell’intimo shock, quel numero di quattro cifre ci racconta un mondo: la nostra relazione, complicata e ossessiva oppure confortante, con uno strumento tecnologico (che, a sua volta, contiene un’altra realtà). Nel film Lei, il protagonista vive un’intensa storia d’amore con un’intelligenza artificiale, ma senza alcun contatto. I gesti sono “sostanza narrativa”, raccontano emozioni e azioni. E il numero 2617, come lo zero, come il numero 17 per chi è superstizioso, la conta dei follower e dei commenti sui social, oppure l’età come determinante sociale, non sono solo numeri, ma universi. A proposito di età, e di generazioni, quella più recente ha preso avvio ufficialmente il primo gennaio 2025; comprende i bambini Beta, i primi nativi IA, cioè venuti al mondo subito dopo la diffusione dei modelli di intelligenza artificiale generativa, esplosi pochi mesi prima. “Cresceranno in un mondo in cui l’IA sarà ovunque” e non sarà soltanto uno strumento ma una “condizione ambientale: come l’elettricità, il wi-fi, il cielo sopra la testa”…

Alice Avallone è una data humanist e trend forecaster. Le sue competenze, dunque, si concentrano sull’analisi dei dati (che, in quest’epoca abbondano) e sulle previsioni di scenari futuri con un background e un’ottica da umanista. Lavora con aziende e istituzioni e insegna alla Scuola Holden. Dati sensibili, che ha come sottotitolo Il lato umano e consapevole dei numeri, non è il suo primo libro: ha già pubblicato altri saggi, sugli stessi temi, per diversi editori e sul web, con una periodicità regolare e con il seguito di una community. L’approccio umanistico è un complemento (o un superamento) dell’operatività tecnica quando si mettono le mani nella pasta dei dati che, oltre a essere rappresentati con numeri, simboli e misure, rappresentano un patrimonio di storie, persone e relazioni, aspetti del reale. Certo, occorre interpretarli, dopo averli selezionati accuratamente e “trattati”. Non è semplice: l’inganno, il bias (o distorsione cognitiva) è dietro l’angolo e leggere tra le righe, capire gli spazi vuoti, richiede etica, trasparenza, rigore. Se questo libro si volesse leggere come un manuale, Avallone trasmette un orientamento, un metodo per imparare a lavorare con “alleati imperfetti” e contraddittori, ma indispensabili. E segnala cinque percorsi: osservare, sospendere il giudizio, avvicinarsi, meravigliarsi, muoversi di lato. E altrettanti strumenti per diventare un data humanist: una clessidra, “per rallentare lo sguardo”; uno schermo digitale; una matita; un quaderno “per accogliere le domande che arrivano - spesso valgono più delle risposte”; una lente di ingrandimento, perché i dati a volte sono piccoli, e amano nascondere grandi storie dietro impercettibili segnali.