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Davanti al dolore degli altri

Davanti al dolore degli altri

Come si reagisce di fronte alla guerra e alle sue immagini? Virginia Woolf nel suo libro Le tre ghinee, la cui stesura è mossa da una domanda a questo interrogativo rivoltale da un noto avvocato londinese, asserisce che “Per diverse che siano la nostra educazione e le tradizioni che abbiamo alle spalle, sia noi che lei, avvocato, possiamo benissimo reagire con le stesse parole. La guerra, lei dice, è un abominio; una barbarie; la guerra va impedita a ogni costo. E noi facciamo eco alle sue parole. La guerra è un abominio; una barbarie; la guerra va impedita ad ogni costo”. Il “noi” di Woolf si deve intendere per tutte le donne. Ma è davvero possibile generalizzare e dire che tutti di fronte alle immagini, alle fotografie delle scene di guerra, abbiamo lo stesso sentimento, la stessa reazione? La scrittrice aveva dinnanzi le foto dell’avanzata fascista di Franco in Spagna, una guerra civile che contrapponeva fazioni dello stesso popolo. Se si pensa alla famosissima foto di Robert Capa, che immortala un miliziano colpito a morte, siamo sicuri che si possa generalizzare una reazione? È possibile che i compagni d’armi della vittima reagiscano in un modo e il popolo oppresso nello stesso? Ovviamente no, il popolo molto probabilmente si sentirà sollevato, forse applaudirà all’annientamento di un nemico. Ci si comporta in base allo schieramento: “per un ebreo israeliano, la fotografia di un bambino dilaniato in seguito a un attentato alla pizzeria Sbarro nel centro di Gerusalemme è innanzitutto la foto di un bambino ebreo ucciso da un kamikaze palestinese. Per un palestinese, la fotografia di un bambino dilaniato dal fuoco di un carro armato a Gaza è innanzitutto la foto di un bambino palestinese ucciso dall’artiglieria israeliana. Per i militanti, l’identità è tutto”. Non è possibile uniformare in un “noi” generalizzante ciò che si prova davanti a immagini raccapriccianti, davanti al dolore degli altri, che può suscitare reazioni opposte, per esempio “appelli per la pace, proclami di vendetta, o semplicemente la vaga consapevolezza che accadono cose terribili”. E per quanto riguarda la censura? È sempre giusto sbattere in prima pagina immagini che ledono la dignità umana di chi ne è protagonista e possono urtare in maniera profonda lo spettatore?...

Susan Sontag, scrittrice, filosofa e storica newyorkese morta nel 2004, pubblica il saggio in questione un anno prima della morte, concentrandosi su un aspetto preciso della fotografia, dopo aver scritto quello generale Sulla fotografia. Una delle maggiori personalità intellettuali del Novecento, riflette sul rapporto tra fotografia di guerra, per antonomasia immagini di distruzione e di corpi devastati, e la reazione dello spettatore. Critica il pensiero di Virginia Woolf di cui non condivide l’ omogeneizzazione della risposta, perché ogni risposta allo stesso stimolo visivo ha molteplici variabili, come già esposto più sopra; diverso è l’avere a che fare con uno scritto, nella fattispecie un resoconto di guerra, poiché a seconda per esempio della difficoltà del lessico, la comprensione cambia in base alla preparazione del soggetto lettore mentre una fotografia, un’immagine, raggiunge tutti perché ha un linguaggio universale. Nel nostro tempo siamo tempestati da immagini terrificanti che i media riversano ogni giorno, su carta, in rete, alla televisione, immagini a cui nessuno può restare indifferente come se fosse una gara a chi vende più copie, a chi riceve più like, a chi ottiene più audience, tanto che sembra si sia raggiunta l’indifferenza per sovraesposizione. Sontag si chiede anche se sia il caso o meno di porre un limite censurabile, oltre il quale non si dovrebbe andare. Vale la pena ricordare la fotografia di Aylan, il bambino siriano il cui corpicino è stato portato a riva dalla corrente e che ha naturalmente commosso tutti ma ha anche acceso il dibattito sulla censura, tra chi era a favore della pubblicazione della foto e chi invece era decisamente contrario. Come si pone quindi l’intellettuale americana di fronte alla questione censura? Ha risposto con la sua vita, facendosi fotografare dalla compagna Annie Lebovitz cadavere, deturpata dalla leucemia.