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Davanti a una donna

Davanti a una donna

Naomi sospira, mentre guarda fuori dalla finestra. Guarda oltre le sbarre della cella in cui è rinchiusa. Un brusio, fatto di voci che le sembrano uno sciame di insetti, affolla la sua testa. Le ordinano di non parlare, di non raccogliere le provocazioni, di non creder ai consigli, di non cercare sempre un senso alle cose, di non pensare troppo, di non uccidere. Già, non uccidere. Quinto comandamento. Naomi sorride triste al cielo incastrato tra le righe nere delle inferriate alla finestra. Non aveva alcuna intenzione di uccidere. Non voleva farlo. La sua mente corre a quarant’anni prima, quando il sole caldo dell’Ecuador abbagliava il volto del piccolo Jorge che sfrecciava sul prato di una casa rosa, il cuore felice e pieno di gioia di un bimbo di tre anni, che non ha spazio per il rancore o la delusione. Naomi asciuga le lacrime, che non è riuscita a trattenere, con il dorso della mano e torna con il pensiero a Jorge e alla casa rosa. Rivede una donna, capelli gialli come il sole, che lo raggiunge spesso per giocare con lui e gli sorride come nessun altro ha mai fatto prima. Rivede Jorge uscire, mano nella mano con la signora coi capelli gialli e l’uomo che è con lei, dal cancello della casa, che si apre e lascia dietro di sé gli altri bambini, che diventano pian piano piccolissimi, e l’educatrice, che con una mano spinge il cancello per richiuderlo e con l’altra saluta. Naomi rivede Jorge che sorride per l’ultima volta al sole caldo dell’Ecuador e improvvisamente si fa forte in lei il desiderio di scrivere una lettera a sua madre. Sì, una lettera. Proprio come si faceva prima dei telefoni e delle connessioni Internet. D’altra parte, scrivere è un buon modo per ammazzare il tempo. No, il verbo “ammazzare” Naomi non lo può proprio sentire, perché gli ricorda il peccato di cui si è macchiata: ha ucciso un uomo. Non voleva accadesse. L’ha fatto per Crystal...

“So che è una storia forte, disturbante e breve, ma era mia intenzione cimentarmi in un’altra forma di narrazione e far arrivare al lettore uno schiaffo. Veloce, e possibilmente doloroso”. Questo è quanto ha dichiarato Cecilia Parodi - autrice genovese, classe 1975, viaggiatrice assidua e da sempre appassionata di lettura e scrittura - a proposito del suo nuovo romanzo. Si può affermare, senza ombra di dubbio, che sia riuscita nel suo intento. Il contenuto della breve storia di Naomi, Teresa e Giacomo arriva al cuore del lettore esattamente con la stessa potenza di una sberla in pieno viso: secca e diretta. Brucia e lascia frastornati. Frasi brevi. Pensieri semplici che scavano nel profondo dell’anima e ricordi che prendono a morsi la carne, riducendola a brandelli. Naomi, il cui passato grava su un presente costretto tra le pareti di una cella, scrive lettere che la aiutano a superare giornate stanche, fatte di violenza e soprusi, gli stessi che l’hanno condotta in quel luogo. Sua madre Teresa, ormai anziana e sola, trova vigore nelle parole di quella figlia così singolare e anticonformista, che le ha riempito la vita di preoccupazioni e d’amore e le ha insegnato cosa significhi lottare per la propria identità. Giacomo, che si è allontanato dalla sua famiglia non convenzionale e ha ricominciato altrove, insieme a Maria, un’esistenza in cui ora si deve fare spazio per lasciare entrare una nuova vita, non prevista ma forse più necessaria di quanto si possa pensare, non può più temporeggiare: anche per lui è arrivato il momento di scegliere, di prendere posizione e di dichiarare guerra alle ingiustizie. E su tutti si impone la figura minuta e dolcissima di Jorge che, nella sua maglietta celeste sotto la pettorina e le bretelle rosa, vive un’esistenza alla quale manca qualcosa. E quando arriva, quella mamma bionda che lo porta finalmente oltre il cancello dell’edificio rosa in cui si sono consumati i suoi primi anni di vita, è l’inizio di un sogno bellissimo, forse. Ma la realtà, si sa, non è mai uguale ai sogni, perché in essa si annida il seme malato della disuguaglianza, della discriminazione, dell’ingiustizia sociale, che minano i rapporti umani dalle radici e trascinano con sé dolore e violenza. Un racconto bellissimo, parole sussurrate che si fanno grida potenti, entrano sottopelle e indignano. Un libro che racconta la disperazione e la speranza. Una storia da leggere e da rileggere, cercando ogni volta nuove risposte agli interrogativi nascosti tra le pagine.