Ha iniziato un romanzo, ma non è in grado di finirlo. Le parole non solo non trovano sbocco per imprimersi sulla carta del foglio, ma proprio non arrivano. Non vengono pensate, composte, scomposte: il nulla. Il diretto risultato, è che lei si sente completamente inutile nella sua stessa vita. Tuttavia, questo le dà finalmente in permesso di ritenere valido quello stato di depressione che la avvolge ormai da molto tempo. Cinque mesi fa suo padre è rimasto gravemente ferito in un incidente d’auto. Purtroppo è ancora in terapia intensiva. In questa situazione tragica, però, c’è anche un lato positivo: ha una scusa per dire di no a tutto. Niente dice “lasciatemi in pace” meglio di un padre in terapia intensiva. Tranne quel romanzo. Per cercare di finirlo intraprende in viaggio nel Mojave Desert, soggiornando nel Best Western peggiore che abbia mai visto. Dopo poche ore dal suo arrivo, il telefono squilla. È la madre che la chiama per avvisarla che il padre si è svegliato. È vivo. Eppure lei non vuole tornare. Vuole restare lì ancora per un po’. In quel posto pieno di cactus, che le ricordano suo padre prima dell’incidente e della sua passione per quelle piante brulle e dalle forme irregolari. Chi può sapere se l’uomo che si è svegliato ora in ospedale ama ancora i cactus? Sente che non è ancora arrivato il momento di tornare a casa. Il giorno seguente, fa un’escursione nel deserto. Durante il trekking si imbatte nel cactus più grande che abbia mai visto. “È come dio o la balena di Achab: è impossibile vederlo nella sua interezza”. Svetta verso il cielo azzurro, facendo ombra a qualsiasi altro arbusto gli cresca intorno. Sulla pelle ha una specie di lesione, come una ferita da arma da taglio, uno squarcio. Però non gocciola. Dal taglio non esce nulla. Vuole toccare quella ferita. Posa un dito, poi inserisce una mano, poi il braccio, finché non si trova completamente all’interno della pianta. Lì dentro c’è un bambino e, ci giurerebbe, quel bambino è proprio identico a suo padre…

Melissa Broder è un’autrice americana selezionate dal Center For Fiction First Novel Prize e dal Women’s Prize For Fiction. Collabora con “New York Times”, “Elle” e “The Cut”. Quello esplorato in Death Valley è un genere difficile da collocare. Si potrebbe definire un libro appartenente alla categoria dei sad-hot-girl books, ma con un tocco di surrealismo. La protagonista, di cui non viene mai citato il nome, è una scrittrice e vive una condizione di disperazione per l’incidente subito dal padre, che ha cambiato per sempre la vita della sua famiglia. Nonostante questo le dia il permesso di compatirsi da molti punti di vista – dal suo lavoro senza successi al fastidio che prova nello stare vicino al fidanzato – dall’altro le mette addosso il bisogno involontario di allontanarsi. Intraprende un viaggio nel torrido deserto californiano, che sembra essere la rappresentazione perfetta dei suoi sentimenti. Ma anche in quello scenario desolato, c’è qualcosa che la riporta alla vita: i cactus, la pianta preferita del padre. È dentro uno di questi che la protagonista trova la risposta che cercava, viaggiando in un mondo parallelo e allucinato che la porta a perdersi. La storia è per natura ricca di originalità, ma a renderla ancor più preziosa è il tono con la quale viene raccontata. La protagonista è dotata di un black humor che dà alla lettura un ritmo quasi bipolare: si ride e si piange, ininterrottamente. Un altro componente fondamentale è il rapporto con il padre e con chi ci ha dato la vita. L’autrice tenta di spiegare come ci si possa sentire persi e svuotati quando tutto ciò che ci ha accompagnati fino a quel momento rischia di scomparire. È un cambiamento a cui nessuno è mai pronto e che porta con sé una reazione quasi involontaria: scappare. Ma la memoria è un luogo protetto in cui ogni cosa può rimanere al sicuro dalla polvere, dal tempo, dal caos. I nostri ricordi, se cerchiamo bene, rimangono sempre protetti al fresco di un enorme… cactus?