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Decimo Dan

Decimo Dan
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Sono circa duecento le brevi poesie della raccolta, distinte e abbastanza equamente distribuite in tre parti della vita quotidiana, la scansione temporale di ogni ciclico giorno da vivi: Antimeridiano, Pomeriggio Sera, Notte. Nella prefazione alla silloge Pier Marino Simonetti spiega: lo scrittore “dispensa ritmo e musica, insieme a una creatività espressa al di fuori dei canoni convenzionali e tramite una lingua tagliente, articolata in settenari ed endecasillabi che introducono a un mondo interiore ricco e pronto a spiazzare ogni lettore”. Troviamo poi le Istruzioni per l’uso dello stesso autore poeta nel quarto componimento dell’antimeridiano, a pagina 16: “Leggimi, lettore, se questo vuoi: / fallo con voce / bassa, / lenta, / modulata, / medianica, / affrettata ove è necessario. // Che tu possa, lettore, aderire / a codesti dettagli inconoscibili; / impara, però, predisposto silenzio”. La postfazione è affidata a Ricardo Pérez Márquez (uomo di chiesa citato pure a margine del componimento “notturno” Tra i banchi dei servi di Maria), che così riassume il testo: vi “affiora l’antica saggezza come voce di profeta che non si vende né si scosta, con passaggi di versi che hanno sapore di agreste salmodia, senza perdere ritmo, lasciando una traccia di antiche litanie, con denunce e rimproveri, quale voce di uno smarrito Giobbe che loda e impreca”. Le tematiche trattate sono difficilmente riassumibili, dalle grandi esplorazioni culturali e spirituali ai piccoli aneddoti datati nel tempo e nello spazio, dalle esperienze private ai percorsi sociali educativi (in un processo di sviluppo cronologico e di maturazione intellettuale), dal Big Bang allo Zen, da Majakovskij a Cézanne, da Beethoven a Pannaggi, dai viali di Senigallia ai vicoli di Macerata. E ai silenzi…

Seconda raccolta di poesie personali e rock per il bravo insegnante di lettere di ruolo nella scuola media Marco Plebani (Jesi, 1978), oggi residente a Macerata. Editing forse non sempre attentamente curato, pur se in un testo di liriche prevale comunque l’ottima musicalità. La selezione fra i testi dell’ultimo ventennio appare meditata e coerente. Le tantissime poesie sono quasi tutte racchiuse in una pagina, brevi e brevissime, perlopiù sillabicamente dispari, con metrica mista e la sperimentazione di vari “generi” letterari, compresi sonetto, madrigale, canzone e cantico. Il metaforico titolo fa riferimento al massimo grado nelle arti marziali di origine giapponese, soprattutto nel judo e nel karate (riferito in genere solo al fondatore e ai suoi eletti, il primo dan è del debuttante ma il quarto viene conquistato già da un esperto); indica qui la scelta di ricercare quanta più consapevolezza sia umanamente possibile raggiungere con la scrittura ispirata, che si vuole far leggere e ascoltare prima che sviscerare e definire. Trama, andamento e svolgimento sono comunque unitari e compatti, nonostante il gran numero complessivo di poesie, secondo l’autore da “ascoltare” come una sorta di concept album (LP) del progressive rock degli anni Settanta, che infine risolve il tema nell’ultimo brano. Qui troviamo Beta-Attesa: “Padre-Nonno che sono in Terra diventato, / lento, lento e lentamente / ancor / mi chiedo: / «Che cos’è la vita sulla Terra?» / «Che cos’è la vita sulla Terra?» / «Che cos’è la vita sulla Terra?» / È il tormentato sogno di Dio”.