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Delitti senza castigo

Delitti senza castigo

Siamo nel 1992. Nel quartiere Bolognina, a nord della stazione ferroviaria - dove pare che Occhetto abbia comunicato la famosa svolta che portò alla nascita del Partito Democratico della Sinistra -, alle otto di mattina Bologna s’è svegliata sotto i colpi di una rapina alla Cassa di Risparmio. Nel traffico congestionato l’auto 28 con l’agente Felice Cantoni sfreccia già sull’asfalto in direzione Nord. Al suo fianco il questurino Sarti Antonio, sergente, come sempre in tensione nonostante il collega sia un provetto guidatore. Neanche il tempo di appuntare l’identikit dei teppisti che già la radio gracchia per una nuova emergenza: una ragazza è stata aggredita da due sconosciuti. E così altro giro altra corsa e altri due anni di vita lasciati dal Sarti sulle strade bolognesi. Poi è la volta di una rapina alla gioielleria in via Andrea Costa, zona stadio, e via così fino a sera. E sì che Bologna in quegli anni sembra essersi trasformata nella Chicago anni Venti. E così a sera Sarti Antonio, sergente, ci arriva in effetti, ma ridotto uno straccio. Ha voglia solo di distendersi e rilassarsi, prepararsi un buon caffè e sistemarsi in poltrona davanti alla tv senz’audio. Peccato che sul suo cammino ci sia Settepaltò e la sua bici stracolma di cartoni e cianfrusaglie varie. Sarti Antonio sa che far finta di non vederlo non servirebbe a nulla, così gli si fa incontro. Settepaltò gli consegna un elmetto dicendo di averlo preso apposta per lui, che con quello le radiazioni non lo scalfiranno di sicuro. Dice di averlo trovato svuotando una soffitta di una villa di certi ricconi. Sembra proprio un elmetto delle SS. Sarti non può non farlo felice e lo indossa, poi lo prega però di lasciarlo rincasare. La sera seguente mentre è di pattuglia col fido Cantoni intravede in un’angusta via Rosas, un suo vecchio informatore, un talpone come lo chiama lui, pronto sempre a combinarne una ma anche a spifferargli qualcosa di utile in cambio di un caffè o di una cena. Sta parlando con una vecchia ex prostituta che sembra avergli appena confidato qualcosa. Sarti Antonio lo ferma e Rosas gli dice che hanno appena pestato a sangue Settepaltò. Pare sia stato un omone alto, calvo, montato subito dopo su un’auto di lusso targata Catanzaro. Chi può mai aver avuto il coraggio di pestare il povero Settepaltò, uomo mite e innocuo, conosciuto e benvoluto da tutti?

Il buon questurino Sarti Antonio, rigorosamente scritto cognome e nome, nato dalla splendida penna di Loriano Macchiavelli, non tradisce neanche questa volta e in questa avventura ci fa fare un tuffo retrò negli anni ‘90. Come spiega egli stesso nella prefazione infatti il romanzo era stato scritto nel ‘98 e parcheggiato momentaneamente in attesa di un finale da inventare, prima di darsi alla stesura con l’amico Francesco Guccini di Maccaronì e altri lavori e decidersi a riprenderlo solo nel 2018. Ma le malinconiche atmosfere bolognesi, le vie, i sapori e i il tignoso bonaccionismo del sergente sempre accompagnato dall’immancabile colite, dalla fidata 28 guidata da Cantoni son rimasti intatti e ci vengono restituiti da Macchiavelli con la solita grazia bonaria e scanzonata ma sempre pronta a svelare pian piano quel che di marcio nascondiamo sotto il tappeto. Sarti infatti grazie al misterioso pestaggio del buon Settepaltò finirà questa volta addirittura in trasferta, infilando il naso in una torbida vicenda che lo trascinerà fino sulla punta dello Stivale scoperchiando vecchie nefandezze e vergogne storiche mai sopite. Quei delitti senza castigo che senza bisogno di scomodare fiumi di adrenalina, inseguimenti memorabili o mirabolanti colpi di scena a la 007, il mite e cocciuto questurino Sarti riuscirà a far emergere dal fondo della nostra memoria. Perché in fondo, come recita il narratore lasciandoci l’amaro in bocca in uno degli ultimi capitoli: “Di cosa ci stupiamo oggi, se non ci siamo incazzati ieri?”.