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Demian

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Emil Sinclair ha poco più di dieci anni e un pomeriggio, libero dai compiti di scuola, girovaga con gli amichetti del vicinato. A loro si aggrega un ragazzo, Franz Kromer, figlio di un sarto beone che non è ben visto nel quartiere. Emil si agita, giacché questa presenza arrogante lo mette in soggezione, ma cerca comunque di nascondere le sue emozioni e ostenta indifferenza. Il gruppo si dirige verso il fiume e Franz obbliga i più piccoli a rovistare tra la spazzatura ammucchiata sotto un ponticello, in cerca di qualche oggetto di valore da consegnargli; nessuno dei maschietti obietta, anzi tutti soddisfano prontamente la richiesta avanzata dal prepotente ragazzo. Al tramonto si siedono su un muretto e ciascuno racconta le proprie esperienze. Emil si sente spaesato, poiché non ha nulla da raccontare, ma la voglia di attirare l’attenzione di Franz è talmente grande che gli viene la brillante idea di inventarsi una storia e la descrive nei minimi particolari. Emil racconta che con un suo coetaneo ha rubato dall’orto vicino al mulino un sacco di mele di ottima qualità. Il fatto, realmente accaduto, era fino a quel momento rimasto senza colpevole ed ecco che Emil, con orgoglio, afferma ora di esserne l’artefice. Il piccolo legge nelle espressioni degli altri tanta ammirazione e questo lo gratifica e lo stimola a concentrarsi per cercare di essere più convincente. L’aria pensierosa di Franz gli fa credere che anche lui sia interessato, ma improvvisamente egli volge lo sguardo verso il piccolo e lo fissa con aria di sfida: “È vero tutto quello che hai appena raccontato?”, chiede serio. Emil si sente folgorato e inizia a tremare, ma conferma la sua versione. Passati quei pochi istanti di angoscia, riprendono tutti la strada del rientro e il sollievo di Emil è evidente sul suo volto, specialmente perché con la coda dell’occhio vede Franz assorto nei suoi pensieri, ormai apparentemente dimentico della storia del furto. Arrivato a casa, Emil apre la porta dell’androne e si sente al sicuro, ma mentre cerca di chiuderla per lasciarsi finalmente tutto l’accaduto alle spalle, sente qualcosa che la blocca. Franz è fermo sull’ingresso e con arroganza ripete la stessa domanda di prima: “È vero tutto quello che hai appena raccontato?”. Emil è terrorizzato, purtroppo non può più tirarsi indietro e conferma la sua risposta. La ribadisce anche quando Franz lo informa che i proprietari di quell’ orto hanno messo una taglia in denaro per chi farà loro il nome del colpevole. Da quel momento inizia il suo calvario e ogni comportamento, anche il più ripugnante diventa lecito, pur di assecondare i continui ricatti di Franz. Un incubo infinito, fatto di minacce, paura e umiliazioni, fino a quando nella vita di Emil arriva Demian, che sottrae temporaneamente il piccolo al suo calvario…

“Cercavo qualcosa da amare, anelavo ad amare e respingevo la strada sicura e priva di insidie, poiché dentro di me vi era una fame di cibo spirituale…”, scrive Aurelio Agostino d’Ippona nella sua biografia Le Confessioni. Egli conduce una vita da libertino, colma di eccessi che paradossalmente lo porta, come un corso preparatorio per il misticismo, alla conversione, trasformandolo in una delle figure più importanti del Cristianesimo. Sono evidenti i parallelismi tra la vita di Sant’Agostino e quella di Emil Sinclair, protagonista di Demian che, come la maggior parte dei romanzi di Hermann Hesse (poeta, scrittore, filosofo, pittore) è anche una delle sue “biografie dell’anima”. In quest’opera sono numerosi i richiami religiosi che mettono in luce non solo la rigorosa e per niente consona alla sua indole, educazione pietista, ricevuta già dalla prima infanzia, ma anche un altro elemento di cruciale importanza nella sua vita, il simbolismo sacro. La polarità, ossia la coesistenza di due mondi - quello del bene come conosciuto dai genitori e quello ripugnante del male, diametralmente opposti ma, tuttavia, molto vicini, tanto da toccarsi - gli provoca emozioni conflittuali che lo spingono spesso alla scelta del mondo oscuro. Martin, il figlio minore di Hermann Hesse (nato dalla prima moglie Maria Bernoulli) che porta il nome di un santo importante, nel 1916 si ammala gravemente. Il padre, complici anche i devastanti eventi bellici della Prima guerra mondiale, cade in forte depressione e viene ricoverato nella casa di cura di Sonnmatt, non distante da Lucerna in Svizzera. Nella clinica privata il poeta incontra il giovanissimo Dr J.B. Lang, allievo del maestro psicoanalista Carl Gustave Jung e i loro colloqui diventano, nel 1917, la forza ispiratrice per la stesura di Demian, un romanzo scritto di getto e in cui sono interamente riportate le sedute tra medico e paziente. Demian, come Siddhartha qualche anno dopo, diventa un testo di riferimento per i giovani. Nel 1919, sotto lo pseudonimo Emil Sinclair, Hermann Hesse partecipa al premio Fontane riservato agli autori esordienti e lo vince, anche se sarà obbligato a restituirlo, quando diverrà nota la sua vera identità. Hesse, con uno stile trasparente, alterna la parte romanzata e lineare ad una narrazione introspettiva e articolata, raccontando in più capitoli, le varie fasi della giovinezza di Emil Sinclair (che in realtà è la sua) e manifestando la crisi spirituale in cui versa. Quella di Hesse è una confessione trasposta in simboli: Demian è una figura dominante e incisiva, a tratti incessantemente ricercata, ma anche fortemente respinta dal protagonista. Si potrebbe pensare che rappresenti la voce guida del piccolo Emil, quella voce interiore che è presente in ognuno di noi e che stranamente sa tutto e fa tutto meglio di noi, ma, proprio per questo, è spesso respinta e ignorata. Franz Kromer, attore nel primo capitolo del libro dedicato all’infanzia di Emil Sinclair, rappresenta il male e quando questo male cessa di esistere, ne nasce un altro, sostanzialmente diverso, ma ugualmente logorante e arduo da vincere. La giovane Beatrice, l’amore platonico di Emil Sinclair citata nei capitoli successivi, potrebbe far pensare ad una rappresentazione figurativa dell’anima del giovane, mentre la Signora Eva potrebbe essere un inno alla propria madre. Non è facile raggiungere l’intricato livello introspettivo di Hesse, o comprendere i simbolismi nascosti tra le pagine, ma indubbiamente, si tratta di letteratura di livello eccelso. Hesse, premio Nobel nel 1946, con i suoi romanzi è, infatti, una delle massime voci narranti del Novecento. L’amico e biografo Hugo Ball nella sua opera Hermann Hesse scrive per Demian: “Lo stile è limpido, ma trasposto in una dimensione macabra e allucinante che gli permette di esprimere, ogni selvaggia dolcezza e persino un’incestuosa e caina passione”.