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Democrazia vendesi

Democrazia Vendesi
Perché partire nientemeno che dall’Himalaya per arrivare al nostro debito pubblico? Perché in capo al mondo, su quelle vette, vivono tuttora dei moderni servi della gleba orientali, in una situazione d’indebitamento perpetuo che si tramanda di padre in figlio, dal momento che nessuno degli antenati è mai stato in grado di risanarlo. Il debito perenne è legato alla natura del prestito, e cioè allo strozzinaggio che impedisce che nel tempo si possa ripagarlo e che genera un rapporto di vassallaggio con il signore-usuraio di turno. E dalle cime innevate alla soleggiata penisola italica il passo è breve, dato che Loretta Napoleoni imbastisce un parallelo socio-economico con l’attuale situazione di assoggettamento dell’Italia al Nordeuropa che conta. E se i conti non tornano la colpa pare non sia da addebitarsi (solo) a malgoverni e sconsiderata spesa pubblica, bensì a un’Unione Europea assemblata maldestramente su basi prive di solide fondamenta. Come si è arrivati a questo punto? L’euro ha favorito le economie floride dei Paesi del nord a scapito di quelle periferiche, e se la moneta unica doveva, negli ideali di Francia e Regno Unito, arginare una possibile egemonia tedesca post-riunificazione, di fatto ha paradossalmente sortito l’effetto contrario. Oggi l’operosa Germania conduce la classifica economico-finanziaria dell’Unione grazie a lungimiranti investimenti nella grande industria, che sommati a una politica fiscale equa e a un costo del lavoro accettabile, l’hanno trasformata nella nazione produttiva più concorrenziale d’Europa. E se da un lato Varenne si ritrova a gareggiare con dei pony storpi, dall’altro i Paesi forti dell’Unione compiono più o meno volontariamente un atto  di cannibalizzazione dei confronti delle periferie del Sud, ulteriormente indebolite da una politica europea centralizzata, dove le decisioni su tasse, pensioni, investimenti, istruzione, agricoltura e quant’altro vengono ormai prese a Bruxelles. Perché “Democrazia vendesi”? Perché in una situazione di graduale colonizzazione interna all’Europa è inevitabile, a detta dell’autrice, la messa in discussione di libertà e democrazia negli Stati più deboli ridotti a un ruolo di sudditanza...
Annaspando tra debiti e improbabili quadrature contabili, il “Club Europa” impone ai suoi membri pesanti misure di austerità e pressione fiscale, sacrifici che strangolano ulteriormente la periferia incanalandola sempre più verso la povertà, in un circolo vizioso che in un passato neanche remoto si risolveva soltanto con la guerra, che insieme a case e città abbatteva anche i debiti. E se un epilogo del genere spaventerebbe l’osservatore più pessimista, il pamphlet in questione una soluzione per uscire dalla spirale ce la offre nelle ultime pagine: il Belpaese non deve arrancare verso l’inarrivabile nord ma aprirsi verso sud, considerando i cosiddetti Paesi emergenti (Africa e Medioriente) quali possibili nuovi mercati di scambio e cooperazione per una nuova partnership mediterranea.  Un libro che con stile fluido, riferimenti storici e citazioni di dati e statistiche, rende comprensibile il punto di vista dei cinque autori (la Napoleoni si è avvalsa di 4 collaboratori) anche al lettore profano e meno ferrato in materia economica.  Non mancano i punti deboli: la chiave di lettura del Risorgimento e il parallelo delle conseguenze che l’Unità d’Italia produsse nella società del tempo con quelle che l’Europa Unita ha provocato all’Italia di oggi lasciano un po’ a desiderare, la semplificazione ha i suoi pregi nella forma, e qui la sostanza convince relativamente anche gli osservatori meno esperti. Inoltre, a questo punto della crisi, gli eventi che ci hanno condotto in fondo al bicchiere passano in secondo piano nelle aspettative del lettore rispetto alle soluzioni che indichino la via per la superficie. Come spesso accade, l’analisi economica del passato riempie pagine di saggi più o meno lucide e delucidanti, la vera sfida sarebbe l’azzardo di programmi e soluzioni che indichino una possibile via d’uscita. La Napoleoni perlomeno ci tenta, e se lo scenario prospettato risulta utopistico, quanto meno nel futuro prossimo, lei stessa ci ricorda che il criticato modello keynesiano, a suo tempo respinto e superato dal neoliberalismo economico e politico, sembrerebbe oggi l’unica soluzione per uscire dal tunnel del debito. Pubblico e privato.