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Dentro soffia il vento

Dentro soffia il vento

Nel piccolo borgo di Saint Rhémy, in Valle d’Aosta, tutto segue una sonnacchiosa quotidianità. Nemmeno l’arrivo del nuovo parroco, molto impacciato, prete “fatto” per forza, desta grande curiosità. I borghi questo sono: ritrosie, segreti, sospetto, pettegolezzo. Un paese che si tiene appeso ad un sottile filo di equilibrio, ma dentro il quale si agitano tumulti e vecchie storie e morti che non si è pianti ancora a sufficienza. Nel bosco, in una catapecchia sfondata, vive Fiamma, ragazza schiva con una chioma rosso fuoco la cui unica compagnia è una volpe con un nastro rosso legato intorno al collo. Per gli abitanti di Saint Rhémy Fiamma è una strega, di giorno vilipesa di notte spasmodicamente cercata perché coi suoi intrugli guarisca ogni male. E lei, Fiamma, su questa relazione tacita ha costruito la propria vita, senza scendere mai in paese, rifiutando i sacramenti ed anche i tentativi del nuovo parroco di ricondurla nel seno del gregge. A parte le sortite notturne alla sua porta, apparentemente sembra che nulla la leghi al resto del villaggio. Eppure non è così, eppure i rapporti umani, le storie si intrecciano in maniera così profonda e imprevedibile che, anche quando sono finite, tendono il loro cavo d’acciaio per confermare la loro esistenza che va oltre la vita; che va, addirittura, oltre la morte. La storia si chiama Raphael Rosset, l’unico bambino che le avesse dimostrato amicizia, l’unico col quale Fiamma cresce mutuando un rapporto profondo di fiducia, l’unico che mitiga la solitudine della selva. L’unico che, una notte, quando la montagna si fa arcigna e maligna, le chiede di restituire la vita ad un corpo morto, squassato e dilaniato dalle rocce allacciando così inesorabili e imperituri fili sottili. L’unico affetto che la guerra, la Grande guerra, anni dopo, le scippa lasciandole in pegno un mucchio di lettere che leggerà tardi, ma non troppo tardi; lettere custodi di un amore furioso, che si nega a se stesso e che porta un nome, un altro nome: Yann. Yann Rosset…

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Si chiedeva Raymond Carver. In realtà è una domanda aperta, come aperto è l’amore, del resto. Inesauribili i modi in cui provare a declinarlo. Più o meno tanti quante sono le teste che lo pensano. Eppure, la portata della questione è talmente grande che è alto il rischio di prendere uno scivolone e travalicare il confine tra sentimento e sentimentalismo in cui tutto è di una stucchevolezza appiccicaticcia, eccessiva, ridondante, verbosa. Abbastanza serrata la storia che ordisce la Diotallevi, ma anche abbastanza ordinaria. Se non fosse per quei magici paesaggi montani, dai quali il freddo ci arriva in faccia come uno straccio bagnato ed il verde dei boschi e il bianco della neve non ci accecassero come flash sparati sugli occhi; se non fosse per quella folta chioma rossa e per tutta la cromìa che ha un ruolo preponderante insieme all’ambientazione, la storia di Fiamma, Raphael e Yann non sarebbe altro che una banale storia d’amore in cui l’equivoco si trascina per anni, si accumula, si moltiplica, si stratifica e serve una catastrofe (umana e naturale) perché tutti i nodi che gli si sono stretti sopra si sciolgano uno per uno. È apprezzabile lo sforzo primo della Diotallevi, ma Dentro soffia il vento resta acerbo e talvolta ripetitivo; manca di maturità ed approfondimento; manca di quell’asciuttezza che serve per centrare il punto della questione senza che lungo il tragitto verso il bersaglio la freccia sbavi di qua o di là. C’è un fuoco che arde, ma è un fuoco fatuo. Non c’è sorte peggiore che possa toccare ad un romanzo che quella di sapere da subito come andrà a finire.