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Desideri deviati

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Tito Livio Minaudo è un uomo tutto d’un pezzo. Bada al pratico e al concreto, veste giacche che gli cadono rigide sulle spalle e scarpe che paiono protesi per storpi: la sua “divisa morale” è l’anonimato. Minaudo è un editore e a differenza dei suoi colleghi che vivono la mondanità con eleganza, lui ci tiene a “non esistere al di fuori del proprio mestiere”; anzi, il suo ideale sarebbe essere una voce metallica, uno spirito che aleggia nei corridoi, una specie di Dio nascosto nei cieli. Quel giorno, Minaudo viene contattato all’interfono dalla segretaria Marta: c’è una chiamata per lui da parte dell’ambasciatore Quell. Entrambi non apprezzano i convenevoli e l’ambasciatore va sbrigativamente al punto: vuole un “parere spassionato” su suo figlio Nico, che da poco è entrato come collaboratore in casa editrice. Dopo essere stato tranquillizzato sull’efficienza di Nico, lo informa che sua figlia Irene, che dopo la morte della madre ha sempre vissuto in collegio, vuole a tutti i costi conoscere il fratello. Per il momento sarà ospite dei coniugi Macchi, ma l’ambasciatore è preoccupato: Irene ha una capacità logica sferzante e non vorrebbe che Nico fosse il “passo falso” che la conduca “a conclusioni radicali”. Minaudo è preso in mezzo da questo arrivo imprevisto: i Macchi, che sono considerati due geni dell’architettura, gli hanno promesso il loro prossimo libro; Nico dimostra capacità straordinarie e l’ambasciatore Quell è importante per la fitta rete delle sue conoscenze. Minaudo non può che promettere che la terrà d’occhio come se fosse sua figlia…

Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega 2016 con La scuola cattolica, fa narrativamente ritorno alla città del nord e alle vicende di Nico Quell, giovane rampollo della borghesia milanese degli anni Ottanta che i lettori hanno già incontrato in Cuori fanatici (Rizzoli, 2019). Albinati rispolvera il personaggio di Nico perché ritiene che la sua funzione di spettatore privilegiato non sia del tutto esaurita. Attorno a lui sfila una passerella di figure sgangherate e prende forma una città che è al tempo stesso un contenitore vuoto e una forza vitale che indirizza le vite di chi la abita. Ci possiamo infatti trovare di fronte a una modella straniera, a un mentore in carrozzella o a un redattore piegato dal lavoro d’ufficio, ma il risultato sarà sempre lo stesso: le aspettative e i desideri vengono deviati su binari sconosciuti che conducono inevitabilmente all’inaspettato. Nico subisce la potenza gravitazionale della città con la più ingenua delle mansuetudini: sballottato tra feste e sfilate, coinvolto in retate e amori torbidi, Nico lascia che il suo fascino da predestinato lo conduca dove il vento delle probabilità soffia. Ma questo vento è una bufera che spira impetuosa nell’interiorità dei personaggi ed è proprio a livello delle impressioni e dei pensieri che la trama si sviluppa. Pochi fatti, molti dialoghi, innumerevoli riflessioni. Sembra quasi che in ognuno dei personaggi alla fissità cerimoniale della quotidianità cittadina fatta di eventi mondani, sesso occasionale e incontri stereotipati faccia da contraltare una risacca interiore che assume tutti i connotati di una corrente inarrestabile.