1915, il mese di chislèv è alla fine e un tiepido sole autunnale splende su Gerusalemme. Finite le piogge dell’inverno e i venti freddi, per le vie del quartiere di Nahalat-Yehuda regnano come sempre fango, umidità e rigagnoli di acque putride, è la miseria ebraica che abita lì. La grande casa di Dobermann si trova all’inizio di una fila di case più piccole, è un’ampia costruzione, logorata dal tempo, a forma squadrata di due piani e mezzo con un cortile interno. Al piano superiore, lungo il giro delle finestre e delle porte, sporgono larghi balconi di legno dall’aspetto robusto, mentre gli appartamenti al piano inferiore sono semiaffondati nel terreno, con finestre protette da inferriate. Su un lato si vedono tre porticine socchiuse che non arrivano sino a terra: sono quelle delle latrine e sotto di esse non mancano mai pozzanghere giallastre e puzzolenti. È un’umanità varia quella che occupa gli angusti appartamenti di due o tre stanze. È composta da: artigiani, negozianti, manovali e operai specializzati, piccoli uomini con non piccole famiglie. Sono le tre di pomeriggio e tutti chiacchierano con i vicini o con gli ospiti del Sabato invitandosi a far loro l’onore di entrare in casa a bere una tazza di tè. Accanto alla soglia del suo misero appartamento siede la vedova Mene Witesteien, una donna dall’aria stanca e malaticcia sulla quarantina, con il volto segnato da profonde rughe. La donna in visita, seduta accanto a lei, è sua sorella, da parte di madre, Elca la benestante macellaia. Le due non si somigliano affatto. Elca è più grande di sette otto anni e appare più sana e più fresca. Ha gli occhi tondi, sporgenti come quelli della sorella, ma dai suoi sprizzano scintille di malvagità, come pure dalla sua lingua...

Aharon Reuveni, nato a Poltava (Ucraina) nel 1886, è stato fra i padri fondatori di Israele; suo fratello, Itzhak Ben-Zvi, è stato il secondo capo dello stato ebraico, dopo Chaim Weizmann. La sua vita avventurosa lo ha portato in giro per il mondo. Per aver aderito all’Organizzazione per la Difesa Ebraica fu esiliato in un lager in Siberia, da dove è fuggito dopo un anno. Ha lavorato come traduttore alle Hawaii, si è spostato in Manciuria, poi a Shanghai e nel 1910 raggiunse la Palestina ottomana. A Gerusalemme ha fatto il giornalista e ha scritto i suoi primi libri in yiddish, poi da lui stesso tradotti in ebraico. Pur radicato nella tradizione giudaica, come molti intellettuali ebrei del suo tempo fu affascinato dalle culture esterne e in particolare dalle grandi letterature contemporanee, specie quella russa. L’autore non aderisce ai canoni tradizionali della letteratura sionista, ma con uno stile realistico, amaro e spesso scettico, scandaglia l’animo umano di fronte ai cambiamenti e alle sfide che si presentano. La sua prima grande opera, scritta in yiddish, poi pubblicata in ebraico nel 1925, è la trilogia Ad Yerushalayim (Sino a Gerusalemme), nei tre volumi Bereshith a-mevukhah (In principio, confusione e paura), Ha-oniyot ha-ahronot (Le ultime navi), Shamot (Devastazione), che è il più crudo e riuscito. Qui racconta di Gerusalemme allo scoppio della Prima guerra mondiale descrivendo a tinte forti il conflitto fra vecchio e nuovo, le contraddizioni del movimento sionista e la drammatica decadenza della città. Il protagonista di Devastazione è il giovane falegname Meir Punk, socialista fuggito dalla Russia dopo il fallimento della rivoluzione del 1905. Non è un ebreo praticante, è un avido lettore di romanzi russi, che si procura clandestinamente, è un uomo che risalta per la bellezza, l’ottimismo, l’allegria e la sua capacità di unire resistenza fisica e morale affascinando chiunque. La sua vita si intreccia con quella delle tre generazioni dei Wetstein, una famiglia di vecchi residenti. Da loro, infatti, ha preso una stanza in affitto. Il nonno Rav Zelman rappresenta l’adesione alla religiosità tradizionale, la madre Mene l’asservimento passivo alla società dominante, i tre figli: Leizer, Havi ed Ester, esprimono modi diversi di guardare al futuro, tutti ugualmente distanti dagli ideali etico-politici del protagonista. Attraverso la storia di questa famiglia il lettore viene immerso nelle sventure che la guerra porta con sé: estrema povertà, depravazione, violenza e corruzione di uomini, donne e istituzioni. Tra la modesta Ester e Meir nasce un sentimento, reso complicato dall’incombere della guerra e dai tentativi degli ebrei, Meir compreso, di sottrarsi alle armi, temendo le angherie inflitte dai soldati dell’Impero ottomano ancora dominante. Nonostante tutto i due giovani si sposeranno. Intorno ai protagonisti, come nella grande letteratura russa, si muovono numerosi personaggi minori che danno spessore alla narrazione, rappresentando vividamente la colorata società ebraica della Terra d’Israele nell’ultimo periodo di sovranità ottomana sulla Palestina. «I caratteri e gli eventi in questo romanzo – scrive Reuveni nel 1954 per la riedizione della trilogia – sono tutte invenzioni. Tuttavia, l’invenzione è costruita con mattoni prelevati dalle atmosfere di quegli anni. Se ci sono, a tratti, somiglianze tra ciò che è raccontato e gli eventi realmente accaduti, la loro fonte è in parte casuale e in parte fatta del materiale con cui entrambi sono stati costruiti». I ventitré capitoli seguono la numerazione ebraica antica, eseguita usando i caratteri alfabetici. Questo tipo di numerazione è rimasto in uso fino a tempi recenti nelle comunità ebraiche, specie nei ghetti d'Europa ed è tuttora usato per motivi rituali nella religione ebraica. Con un saggio di Roberta Ascarelli si conclude il libro.