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Di chi è la colpa

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Mentre la vita dei suoi compagni di classe annovera nonni, fratelli e cugini, la sua esistenza è costituita da sempre solo da loro tre: lui, sua madre e suo padre. Quest’ultimo ha sempre affrontato i ricordi legati alla sua infanzia come se si trattasse di qualcosa di vago e lontanissimo, mentre la madre si è sempre comportata come chi un’infanzia e un passato non li avesse affatto. Ultimamente, a scuola, c’è un supplente che ha il vizio di assestare nocchini ai suoi compagni, colpi così precisi che da un lato incendiano la nuca dei poveri malcapitati e dall’altro fiaccano per sempre il loro orgoglio. Lui, fino ad ora, li ha schivati, ma è convinto che il supplente stia cercando un pretesto qualsiasi per arrivare anche a lui. E, proprio quando sta per sentirsi finalmente in salvo perché il periodo di supplenza sta per concludersi, è lui stesso a fornire al supplente il pretesto. È sabato, sta per uscire da scuola quando assesta uno spintone al suo compagno di banco, Demetrio Velardi. Il supplente se ne accorge e, mentre le sue labbra si muovono a sillabare qualcosa, i suoi occhi gli promettono che il lunedì successivo, ultimo giorno di supplenza, gli darà una bella lezione. Che fare a questo punto? L’unica soluzione è non andare affatto a scuola il lunedì. Un giorno soltanto e nulla più. Trascorsa l’intera domenica a cercare inutilmente una scusa e ormai consapevole che l’unica via d’uscita sia la resa incondizionata, cioè l’accettazione della punizione che, una volta entrato in classe, sicuramente arriverà, sul pianerottolo di casa, vicino all’ascensore, il padre si offre di accompagnarlo e, una volta in auto, a un centinaio di metri da scuola, gli confida di non aver affatto voglia di andare al lavoro. L’uomo guarda il figlio, gli chiede se anche a lui manchi la voglia di andare a scuola quel giorno e, ottenuto un cenno affermativo del capo come risposta, riavvia il motore e con una sgasata libera il ragazzino dal suo incubo…

Una scrittura raffinata per una storia costruita in maniera magistrale, in cui colpi di scena e anticipazioni sono perfettamente gestiti. Un’attesa di cinque anni - tanto è il tempo trascorso dall’ultima pubblicazione di Alessandro Piperno - della quale affermare che davvero ne è valsa la pena. Il nuovo romanzo di Piperno racconta infelicità, rancori repressi e ipocrisie familiari e lo fa tornando, come per il suo esordio, alla narrazione in prima persona ed esplorando i sentimenti più ancestrali dei protagonisti e le dinamiche più intime dei rapporti. Figlio unico di una famiglia in cui la madre insegna matematica in una scuola di Roma e il padre - eterno adolescente che ancora si nutre di rock’n’roll tipico degli anni Cinquanta del secolo scorso - vende lavatrici che si rompono subito in cambio di uno stipendio decisamente inadeguato, il protagonista del romanzo subisce le sottili anomalie di una quotidianità domestica singolare. Deve girare alla larga dalla camera da letto dei suoi - escamotage per impedirgli di assistere alle furiose e avvilenti liti tra i genitori - e non sa nulla della famiglia d’origine della madre, che non ne fa parola, mai. Quando invece realizza che anche la sua famiglia ha un passato, e si tratta di qualcosa di parecchio pesante da portare sulle spalle, ecco la svolta. Il giovane entrerà nel raggio d’azione di un nuovo nucleo familiare, fatto di personaggi affascinanti e irresistibili - lo zio Gianni in primis - che lo guideranno verso una nuova esistenza nella quale a dominare sarà l’impostura. Piperno ha la capacità di condurre una fine analisi psicologica dei suoi protagonisti e di trattare con disincanto i temi che già hanno caratterizzato i suoi precedenti lavori, la famiglia e le sue contraddizioni, per citarne uno su tutti. Un romanzo bellissimo, intriso di mestizia e impreziosito da una scrittura precisa e senza sbavature; una vicenda in cui nulla è affidato al caso e nella quale l’unico modo per pareggiare i conti con il passato è rappresentato dal tentativo di affrontarne i demoni e analizzarne l’autenticità. Una lettura imperdibile, in cui l’interrogativo del titolo - che riguarda uno dei temi più complessi da trattare in letteratura, quello dello colpa - trova soluzione solo nelle ultime pagine del romanzo.