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Di cosa abbiamo paura

Di cosa abbiamo paura

La regola alle case rosse è semplice: noi di qua, gli arabi di là. Non sta scritto da nessuna parte ma è così, tutti lo sanno. Tutti chi? La sgangherata banda è piccoletta: Michi, che vive con la sorella appena più grande, spesso strafatta e accompagnata da un ancor più strafatto fidanzato, poi Pier, Sisco e il Nero. Sigaretta, birra, qualcuno che si diverte a torturare le lucertole, birra, sigaretta. Niente, finché Tommy non li richiama per una missione. È grande Tommy, più grande dei loro 16 anni, ne avrà almeno trenta, chissà che fa, però a suo modo li protegge, li tiene insieme e qualche volta dà loro da fare qualche lavoretto, un furtarello, cose così. Poi di nuovo birra, sigaretta, le lucertole. Finché arriva quello, l’arabo del palazzo di fronte, che se ne frega della regola e una notte si permette di salire sul balcone del palazzo di Michi per recuperare un disegno che ha buttato in cortile. Cosa diavolo fa, chi diavolo è, gli devo dare una lezione, pensa Michi. E così succede. Ecco Pablo di nuovo solo, dopo che Michi l’ha sistemato sul tetto: sudamericano, appena arrivato in Italia, la madre che lavora come una matta per garantirgli un minimo di decoro, e lui sempre solo. Ma con una passione, è lì, a portata di mano nel suo zaino, tante bombolette colorate con cui Pablo vuole disegnare il suo mondo. E con i ricordi della vita che ha lasciato in Ecuador, il padre sbandato e poi Lìa, il suo amore, il suo angelo custode, Lìa che credeva in lui quando neppure lui ci credeva. Che fare ora, dove esprimere quell’energia che sente dentro, quel bisogno di modificare lo spazio con la sua arte? Esplorare i dintorni può essere rischioso, per un arabo...

Una periferia arida in cui i poveri lottano contro i poveri, altro che catena della solidarietà, altro che integrazione. Adolescenti senza uno scopo, senza rete affettiva, uniti dal bisogno di sopravvivere in branco più che dall’affetto. Piccoli reati, noia esistenziale. Lo scenario è un contesto di periferia degradata, potrebbe essere Milano come qualsiasi altra grande città, è quasi un tòpos letterario - anche se scopriamo che l’ispirazione è realistica, perché l’autore stesso ha trascorso l’infanzia in palazzoni rossi divisi da una siepe, invalicabile per una legge non scritta, che definiva due comunità ben distinte. Nel deserto assoluto di queste vite perse, Michi e Pablo si delineano come voci narranti alternate, mostrando le due prospettive e superando, anche senza saperlo, quella siepe. Da un lato Michi, la paura del diverso, un’amara solitudine, i sogni tormentati dall’immagine della madre che alimenta un doloroso senso di colpa; dall’altro Pablo, immigrato, estraneo, pieno di amara nostalgia per la vita lasciata dietro di sé. Sembrerebbe una storia destinata allo sfascio, come si legge in qualche recensione, ma gli elementi salvifici esistono e sono potenti. Da un lato, la passione, motore emotivo e generativo, dall’altro la fiducia, che ha la voce della bella Lìa. Quando qualcuno crede in noi, ci aiuta a vederci in un modo diverso, ci fa pensare che possiamo fare di più o meglio, che possiamo cambiare le cose. Conoscitore, per mestiere, del mondo dei ragazzi, Musso confeziona una bella storia che lascia un interrogativo malinconico, su quanti ragazzi si perdono “semplicemente” perché nessuno ha creduto in loro. Quindi neppure loro.