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Di cosa è fatta la speranza

Di cosa è fatta la speranza

12 Ottobre 1943. Mrs Gatlin apre gli occhi parecchio prima della sveglia impostata per le quattro e cinquanta del mattino e non si fa alcuno scrupolo a confessare al soffitto che si è proprio stancata di quella maledetta guerra, che tra l’altro il suo Paese sta perdendo. E per di più contro i nazisti. Roba da non credere. E mentre esce dal letto, si infila la vestaglia e va in bagno, pensa che non ne può più neppure delle notizie terribili che arrivano dal fronte, esattamente quanto non ne può più del freddo che deve sopportare tutte le volte che va in bagno. Se contro il freddo non può fare assolutamente nulla, decide che invece per vincere la guerra qualcosa può fare. Lo pensa e ne è talmente convinta che sbatte la porta del bagno alle spalle con forza, entrando, e si chiude a chiave anche se vive sola. Nella stanza da bagno la sua convinzione si fa sempre più certa e, dopo aver convenuto che peggio della guerra c’è solo la vecchiaia – e fermare il corso di quest’ultima è impossibile – decide di fare qualcosa di eclatante, per dare il suo contributo contro le crudeltà della guerra. Dopo la colazione se ne va dritta all’ospedale, dove lavora come direttrice della Nightingale Training School for Nurses, e scrive un telegramma a Mrs Blair, Matron in Chief della RAF Nursing Service, in cui esprime la volontà, sua e delle tredici infermiere allieve dell’ultimo anno, di essere inviate alla sede che Mrs Blair riterrà più opportuna, al fine di offrire un aiuto, seppur minimo, per affrontare le tragiche necessità contingenti. La risposta arriva intorno alle sedici dello stesso giorno e alle sette e trentanove del 14 ottobre Mrs Gatlin mostra fieramente alle sue allieve un foglio: hanno l’ordine di partire il giorno seguente per un collegio femminile, situato sulla costa a nord est, a otto ore di corriera dalla capitale, dove verrà allestito un ospedale da campo per feriti gravi della RAF. Le allieve non potranno rifiutare l’incarico, pena l’espulsione dalla scuola, e dovranno preparare un solo bagaglio ciascuna. Naturalmente la loro uniforme dovrà essere impeccabile. Il collegio, poco distante da una piccola cittadina e dall’aeroporto usato dalla RAF, è composto da tre fabbricati in mattoni rossi, piuttosto brutti, che racchiudono il cortile, un quadrato d’erba con un lato aperto che sfocia nella campagna dietro l’edificio. Fin dall’inizio, il soggiorno delle allieve pare una villeggiatura piuttosto che un tirocinio e Mrs Gatlin non è affatto contenta. Occorre pensare a un’alternativa...

“Empatia” è un termine parecchio abusato ma Emmanuel Exitu – autore bolognese trapiantato a Roma – ne mostra l’accezione più nobile attraverso la storia di un gruppo di allieve infermiere che operano in un ospedale da campo allestito fuori Londra. Tra tutte, però, è una quella su cui l’occhio di bue dell’autore si posa. Si tratta di una spilungona cui le colleghe hanno affibbiato il soprannome Giraffa. È Cicely Saunders, allieva infermiera della Scuola sperimentale per infermiere Nightingale a Londra che, insieme alle compagne di corso raggiunge, il 15 ottobre 1943, un ospedale in cui comincia a prestare servizio ai feriti di guerra. Sono le notti insonni in corsia, tra le sofferenze di giovani corpi martoriati, che permettono a Cicely di rendersi conto per la prima volta che troppo spesso si resta impotenti di fronte al dolore e alla morte. Vicissitudini personali la porteranno a riciclarsi come assistente sociale sanitario e a occuparsi di pazienti oncologici, presso il St. Thomas Hospital. A contatto con disperazione ed emarginazione, la giovane realizza quali siano i fallimenti e le buone intuizioni che consentono di arginare la sofferenza in chi non ha più alcuna speranza di guarigione. Capisce che «prima di ogni terapia, la medicina è uno sguardo all’altro pieno di rispetto» e, una volta conseguita la laurea in Medicina, apre nel 1967 in primo hospice: non un luogo dove semplicemente si va a morire, ma «una casa-ospedale: una casa specializzata come un ospedale e un ospedale caldo come una casa.» Una realtà, quindi, in cui il malato terminale possa vivere fino all’ultimo istante con la dignità che ogni esistenza merita. Emmanuel Exitu scrive un testo profondo e interessantissimo, in cui, partendo da eventi reali della vita di Cicely Saunders, riesce ad arricchire la storia con personaggi e scene «tessuti, ordinati, sintetizzati e utilizzati a scopo narrativo». Il risultato è ben più di una biografia. È un percorso luminoso, che riguarda ciascun lettore e racconta la speranza dietro al dolore, l’empatia dietro la fatica, la luce dietro alla sofferenza. Libro da leggere, assolutamente.