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Di fango e di rose

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È il dicembre del 1913 quando Dino Campana, 28 anni, poeta e pittore, decide di lasciare il suo paese natale, Marradi, in Toscana, per andare a Firenze da Ardengo Soffici e Giovanni Papini, cofondatori della rivista “Lacerba”, e proporre loro il suo poema in versi, Il più lungo giorno. Dino è figlio di Giovanni, maestro elementare, che ne disapprova le volontà poetiche: l’ha costretto infatti a studiare chimica all’università per assicurargli un futuro migliore, ma Dino ha abbandonato gli studi. Il giovane poeta ha anche un fratello più piccolo, Manlio detto Ninni, adorato dalla madre Francesca detta Fanny, che sembra invece detestare il primogenito. Dino arriva a Firenze l’8 dicembre del 1913, dopo diversi giorni di cammino, infangato e puzzolente. Si presenta per prima cosa a casa di Soffici, ma viene subito liquidato. Si reca allora in via Nazionale 25, sede de “Lacerba”, dove lo accoglie Papini, il quale gli dà appuntamento per l’indomani alle Giubbe Rosse, promettendogli di dare un’occhiata al poema. Papini arriva in ritardo, insieme a Soffici, al quale consiglia di leggere Il più lungo giorno, perché “del buono, c’è”. Così Soffici si prende il poema, con l’impegno di dare un parere a Dino, che rimane così a Firenze…

“E com’è l’anima di un uomo, Sibilla? Cos’è l’amore? Dimmelo tu, ora che lo sai”, chiede Ardengo Soffici a Sibilla Aleramo, amante di Dino. “Di fango e di rose, Ardengo”, risponde lei. Di fango e di rose è anche il titolo di questo romanzo dedicato al poeta di Marradi, morto nel 1932 nell’ospedale psichiatrico di Castelpulci, a Scandicci (Firenze). L’autore è Giorgio Montanari, professore di lettere, pittore e scrittore (Nero, 2017; La notte del Quarto Stato, 2018) che nel 2020, con Le stanze segrete del cuore, incentrato sulla pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi ha inaugurato questa specie di filone che ha l’intento di narrare le luci e le ombre della vita di alcuni artisti. Così, in Di fango e di rose, Montanari percorre le tappe spaziali (Marradi e Firenze principalmente, ma vengono menzionate anche Castelpulci, Bologna e Faenza) della vita di Dino Campana, scomponendola in quindici capitoli. Questi restituiscono il ritratto di un uomo complicato, interiormente tormentato e continuamente incompreso, frainteso e raggirato dalla famiglia, dal suo paese e dai futuristi Soffici e Papini. Un poeta il cui talento è stato riconosciuto troppo tardi, ma da gente del calibro di Carlo Bo, Eugenio Montale, Luigi Fallacara, Piero Bergellini e Ottone Rosai. A Campana è inoltre stato dedicato il film Un viaggio chiamato amore (2002), diretto da Michele Placido e interpretato da Stefano Accorsi.