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… Di lotta e di cura…

dilottaedicura

Il padre di Francesca ha sempre usato violenza a sua madre. Da piccola riusciva a capire cosa stesse per succedere solo guardandolo negli occhi, occhi che sembravano quelli delle sue bambole, inespressivi e freddi. Bastava un niente per scatenare la sua furia: un abito non stirato, le scarpe non pulite… ma erano solo pretesti per picchiare. La mamma si accartocciava talmente tanto da diventare piccola, più piccola di Francesca che aveva solo quattro anni. Il padre si fermava solo quando lei riusciva a gridare con quanto fiato aveva in corpo e provava a farle da scudo con il sangue che le macchiava la tutina. Subito dopo lui usciva sbattendo la porta e la mamma, senza dire una parola, sparecchiava, la metteva a letto e le dava un bacio distratto. Cresciuta in questo ambiente, negli anni Settanta lei però incontra il femminismo e, in un pomeriggio freddo di primavera, con la sua amica Barbara, va a Palazzo Montanari - uno dei palazzi storici più belli di Bologna, il palazzo nel quale un collettivo femminista è riuscito ad avere una sede prestigiosa. L’associazione Orlando, che ha preso il nome dal romanzo di Virginia Woolf, riescono a gestire con autorevolezza la trattativa con il Comune e nel 1983 realizzano il Centro di documentazione, ricerca e una Biblioteca dedicata agli studi di genere. I vari collettivi femministi sparsi sul territorio guardano al Centro con un misto di invidia e ammirazione in quanto è un Centro finanziato dal Comune che, oltre al denaro necessario, ha messo a disposizione un appartamento di proprietà proprio in quel palazzo. Le violenze però in casa di Francesca continuano fino a che un giorno, dopo le ennesime sberle sul volto della madre, Francesca urla a suo padre tutto il suo sdegno. È una femmina e per lui non vale niente ma è pur sempre la sua unica figlia che ha deciso di studiare medicina e di diventare chirurgo, decisione che anche a lui farà fare un salto nella scala sociale e gli porterà rispetto…

Maria Chiara Risoldi, psicologa e psicoterapeuta, in questo racconto liberamente ispirato alle lotte e alle attività ormai trentennali della Casa delle Donne di Bologna, attraverso Francesca, la voce narrante, pone l’accento su problematiche attualissime, quali la violenza di genere, il patriarcato e i femminicidi, violenze spesso perpetrate dai padri, mariti, fidanzati. Nel racconto si narrano le vicende personali della protagonista intrecciate alla militanza politica e solidale del Centro di Bologna nato alla fine del Novecento sempre in prima linea nel tentativo di contrastare e offrire sostegno alle tante donne che ancora oggi sono vittime di violenza domestica. La storia raccontata non ha purtroppo una declinazione al passato come sarebbe giusto e auspicabile, ma è “una storia viva” che mette al corrente i lettori di ciò che si fa per fronteggiare il maschilismo e provare a combatterlo. La Casa delle Donne è uno dei centri (secondo l’Istat sono 263 sul territorio italiano con 242 case rifugio) che offre i servizi antiviolenza più avanzati in Italia, dove le donne trovano ascolto, sostegno ma anche informazione, consulenza legale, gruppi di sostegno anche alla genitorialità. Durante il percorso di uscita dalla situazione di violenza le donne possono trovare ospitalità anche in compagnia dei figli minori in maniera del tutto gratuita.