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Di notte tutto è silenzio a Teheran

Di notte tutto è silenzio a Teheran

Teheran, 1979. “Noi amiamo questo paese. Amate le scuole”. Era questo che avevano detto i loro genitori dopo aver provato a manifestare contro lo Scià. Temendo che i Servizi Segreti li avrebbero denunciati, infatti, erano tornati sui loro passi e avevano abbandonato la lotta. E, come loro avevano ripreso le quotidiane attività lavorative, anche i loro figli sarebbero dovuti tornare a scuola. È con questi sentimenti contrastanti che Behsad è cresciuto. Lui che da alunno è diventato insegnante, un insegnante che non teme di manifestare contro il governo del suo Paese e contro quello Scià che, finalmente, se n’è andato. Ormai la rivoluzione sembra quasi dimenticata dal popolo, quello stesso che pochi giorni prima aveva festeggiato le statue dello Scià cadute a terra e ridotte in mille pezzi. Le sue foto sono state tolte dai muri delle classi scolastiche e i libri di testo sono stati modificati. La speranza di Behsad è che, al posto delle foto dello Scià vengano presto appese quelle di Marx, Engels, Che Guevara, Castro, Mao e Lenin. Ma il timore che, invece, verranno presto sostituite dalle immagini dello Ayatollah tornato dall’esilio inizia a strisciare tra le strade di Teheran. La rivoluzione sembra lontana, ma Behsad continua a riunirsi con i suoi compagni in attesa che il socialismo finalmente possa arrivare anche nel loro amato Iran. La dajeh di Behsad sta preparando gli involtini di vite insieme alle altre donne della famiglia. Quando erano piccoli lui e i suoi fratelli venivano cacciati per non intralciarle durante i rituali in cucina, ma ormai la sua presenza viene tollerata. Behsad ama essere lì in mezzo alle donne, perché è grazie ai loro discorsi che riesce a comprendere davvero gli sviluppi della vita nella loro comunità. Con fare civettuolo, una delle zie si rivolge proprio a lui per sapere se la figlia della sua amica che gli hanno presentato sia di suo gradimento. Ma Behsad ha già una donna a cui non riesce a smettere di pensare: ha gli occhi seri, la risata rumorosa e partecipa agli incontri del suo circolo di compagni...

Shida Bazyar è nata in Germania da una famiglia di attivisti ed esuli politici provenienti dall’Iran. Dopo essersi dedicata per anni alla formazione giovanile, ha deciso di scrivere un romanzo che molto racconta di sé, della sua famiglia e delle sue origini. Di notte tutto è silenzio a Teheran, infatti, è la sua prima opera di chiarissima matrice autobiografica in cui vengono narrati quattro decenni di un popolo in lotta per la propria libertà. Pubblicato in Germania nel 2016, il libro è valso alla sua autrice numerosi importanti premi, prima di approdare anche in Italia grazie a Fandango Libri. Un racconto corale, di cui colpisce innanzitutto il titolo. Infatti, il silenzio in una città come Teheran è qualcosa che non ci si aspetta di ascoltare. Le voci dei manifestanti, il parlottare continuo dei membri delle famiglie e il caos del traffico sono rumori costanti tra le pagine. Di contro, la descrizione dei racconti, ricordi e confessioni sussurrati tra le ombre silenziose della notte stupiscono e fanno realmente percepire quello scollamento dalla realtà che provano gli stessi personaggi. I racconti di Behsad, Nahid, Laleh e Mo si susseguono a dieci anni di distanza l’uno dall’altro, iniziando nel 1979 e terminando nel 2009, ed evidenziano la differenza tra la vita in Iran prima e in Germania poi, le diverse lotte in cui i protagonisti impegnano le loro forze e il diverso modo di pensare e rapportarsi con l’altro a cavallo di culture e tempi così diametralmente distanti. L’amore per il proprio Paese d’origine, sentimento per cui si è disposti anche a sacrificare la propria vita, pervade l’intera narrazione, tanto da coinvolgere ed emozionare il lettore che non potrà che commuoversi per la sorte dei personaggi. Le donne, poi, mostrano di essere molto più che semplici accessori, regalando non pochi momenti di stupore e orgoglio per chi si approccia alla lettura con i tipici stereotipi occidentali. Lo stile di scrittura di Bazyar riporta alla mente lo stream of consciousness di joyciana memoria, facendo sì che il lettore possa provare le medesime emozioni dei narratori mentre le pagine scorrono sotto i suoi occhi, fino a ritrovarsi all’ultima riga senza rendersi conto di aver letteralmente mangiato le quasi trecento pagine del libro tutte d’un fiato.

LEGGI L’INTERVISTA A SHIDA BAZYAR