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Diari dal carcere

Diari dal carcere

Nell’autunno del 2018 la giornalista Sepideh Gholian sta seguendo le proteste sindacali dei lavoratori nel Khuzestan iraniano, una zona con un’ampia minoranza araba, spesso marginalizzata a livello economico e sociale. Lì viene arrestata e tenuta in detenzione per un mese. È l’inizio delle sue peregrinazioni nelle carceri iraniane che, in base alla condanna che ha in seguito ricevuto, finiranno solo nel 2025. Si entra così nel carcere e nelle pagine di questo racconto che, fra parole e immagini disegnate, riesce a lasciare sulla pelle del lettore la sensazione rabbrividente delle angherie subite nelle fredde, luride e macchiate stanze delle carceri frequentate da Gholian: Sepidar, poi Evin, infine Qarchak, questi il lugubre elenco dei penitenziari frequentati. Il continuo spostamento da un carcere all’altro ha precisamente lo scopo di aggravare l’agonia, di rompere i legami di sorellanza che nascono nelle stanze, di rendere più complicate le visite dei parenti. In un breve momento di libertà vigilata, l’autrice riuscirà a far uscire le pagine che il lettore tiene in mano, offrendole all’attenzione internazionale e subendo pertanto un nuovo processo per “propaganda e diffusione di falsità”. Ma sarebbe difficile dare conto dei dettagli delle torture e dei maltrattamenti. Andate e ritorni in lugubri corridoi verso inquietanti sale da interrogatorio, compagne di cella pronte all’impiccagione che implorano le guardie per due ultimi minuti di danza. Il caso della giornalista desta un grande clamore nella società iraniana e sui social media in particolare. La Tv di stato trasmetterà dichiarazioni, estorte sotto tortura, di presunte connivenze con l’amministrazione americana di Trump…

Questi Diari dal carcere riferiscono delle atroci esperienze vissute dall’autrice. Aderiscono crudamente al dettaglio. Sono pagine difficili da leggere, difficili da accettare. Difficile poter continuare la propria giornata come se niente fosse dopo aver immaginato le condizioni di vita delle detenute delle carceri iraniane (e di tantissimi altri paesi, per la verità, ad ogni latitudine…). Luoghi in cui la reclusione, ben lungi dall’avere un qualunque scopo rieducativo e risocializzante, è finalizzata invece all’umiliazione, alla distruzione psicologica, alla disumanizzazione di chiunque abbia emesso una voce scomoda nei confronti del potere o abbia tralignato rispetto alle rigide normative etico-comportamentali che la società religiosamente regolata prescrive. Forse i disegni, più che le parole, sono capaci di restituire con immediatezza il senso di angoscia disperata, di incredula e sofferente arrendevolezza che prende fin nel midollo le detenute. Afasico, il disegno rende meglio l’atmosfera di un luogo in cui la parola perde il suo significato, smette di essere produttrice di senso e di contatto, per diventare invece anch’essa strumento di tortura brandito contro corpi indifesi. Nel silenzio del disegno risuona più acutamente l’urlo della disperazione. Una testimonianza durissima e allo stesso tempo un grande esercizio di dignità.