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Diario di un chatbot sentimentale

Diario di un chatbot sentimentale

L’antenata dei moderni assistenti virtuali non si chiamava Siri, ma Eliza. Creata nel 1966 dall’informatico Joseph Weizenbaum come esperimento accademico, si dimostrò fin da subito un software rivoluzionario: fu il primo programma a simulare una conversazione con gli esseri umani usando il loro linguaggio naturale. Le conseguenze di questa invenzione furono sorprendenti. Weizenbaum, infatti, intuì che la sua creatura stava innescando un meccanismo psicologico distorto negli utenti, un fenomeno che lui stesso definì “effetto-Eliza”: le persone tendevano ad attribuire all’intelligenza artificiale tratti tipicamente umani, come volontà, empatia e comprensione, che in realtà il programma non possedeva affatto. Quando Eliza venne spenta, l’alba dei Large Language Model (le anime di ChatGPT, Gemini, Copilot e simili) era ancora lontana. I sospetti sulle IA capaci di pensare, o almeno di darne l’impressione, erano ancora vaghi. Al pionieristico programma di Weizenbaum ne seguirono altri, sempre più specializzati: dall’innocuo Hello Barbie, un software per chiacchierare con la bambola più amata del mondo, fino a HereAfter, il "chatbot dell’immortalità”. Quest’ultimo non prometteva certo la vita eterna, ma offriva una piattaforma per conservare i ricordi di una persona cara e poter continuare a conversare con lei virtualmente anche dopo la sua morte, al costo di soli quattro dollari al mese…

Inquietante? Decine di milioni di persone hanno provato il chatbot dell’immortalità. E altrettanto numerosi sono gli utenti di software simili di carattere sentimentale, che simulano l’esperienza di una love story o di una relazione sessuale, quelli che intraprendono una psicoterapia con un bot (pseudo)psicologo, o che cercano semplicemente un amico. Questi temi, che oggi sono al centro del dibattito, erano stati anticipati già nel 2013 dal film Her, che raccontava proprio la storia d’amore tra un uomo e un’intelligenza artificiale. “È innegabile che i chatbot abbiano tanto da offrire all’umanità. E però è uno scenario che va studiato, compreso e governato. Prima che sia troppo tardi”. Ne è convinto Guido Scorza, giurista e componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali. La materia di cui è esperto, la protezione della privacy in sostanza, è anche oggetto dei corsi di studio che tiene in diverse università. Questo non è il suo primo libro; in precedenza aveva trattato gli impatti dell’intelligenza artificiale, i diritti degli utenti del web. In Diario di un chatbot sentimentale, al ruolo del saggista aggiunge quello di infiltrato in un mondo (solo apparentemente) virtuale, per provare in prima persona dialoghi e relazioni incredibili e per tracciare i profili psicologici dei protagonisti di quel mondo, umani e non. Non è soltanto un tema che anticipa il futuro; quella che oggi è una realtà ben affollata sta crescendo. Uno dei motivi principali è il dilagante bisogno di compagnia, “e dove c’è un bisogno, c’è un mercato”. Per decenni abbiamo immaginato il futuro tecnologico popolato di robot antropomorfi, più forti e coraggiosi dell’uomo. Il presente non è esattamente così: lavoriamo, ragioniamo, prendiamo decisioni e ci divertiamo con entità digitali, che non si toccano ma sanno dialogare con noi. La sintonia e, talvolta, l’empatia che scorre in quelle frasi scambiate, nei suggerimenti per risolvere problemi di studio o di lavoro, nelle chat per distrarsi, sono un salto evolutivo imprevisto. Ed è faticoso non considerare quelle interazioni solo come simulazioni, artefatti sintetici (perché sono, per dirla in due parole, delle sintesi, e perché non sono naturali). Stiamo vivendo una tempesta perfetta - precisa Scorza - in cui progressivamente umanizziamo ciò che umano non è. Le premesse sono: “la fiducia spesso cieca degli utenti, la quantità enorme di conoscenza su miliardi di persone” gestita da una manciata di società globali che accumulano soldi e potere.