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Diario di un’invasione

Diario di un’invasione

Quella di Vladimir Putin è una vera e propria ossessione: prima afferma che l’Ucraina è un’invenzione dei tedeschi, quindi si corregge ed afferma che l’Ucraina è un’invenzione di Vladimir Lenin. Insomma, fa di tutto per far capire al mondo che l’Ucraina si può concepire solo come parte della Russia: non era questo il pensiero anche di Boris Elc’in? La guerra è alle porte, ma non lo si può dire: nel discorso di fine anno del presidente Vladimir Zelenskij, un discorso televisivo di ben ventuno minuti, recitato un’ora dopo quello di Vladimir Putin, non si parla apertamente di guerra, ma il senso, poco rassicurante, è quello. Eppure a Kiev i bar sono aperti, silenziosi ma aperti; i ristoranti funzionano normalmente, così come è affollata la metropolitana. La sera del 23 febbraio 2022 Andrei prepara un boršč, l’ultimo, per i suoi amici giornalisti, giunti da ogni dove per l’imminente scoppio della guerra dopo le dichiarazioni di Putin sulle repubbliche di Lugansk e Dnepr e il dispiegarsi di truppe e carri armati nel Donbass e lungo i confini della Bielorussia. I missili su Kiev esplodono puntuali alle cinque del mattino successiva: prima solo tre, poi altri due. Come sono arrivati fin lì? Cominciano le file di macchine speranzose verso i Carpazi, verso la Polonia e quindi la Lituania, comincia l’esodo. Andrei e la moglie consigliano a tutti di andare via, anche se non hanno nessuna intenzione di lasciare la loro casa. Tutto sembra precipitare, fra panico e rombi che squarciano il cielo: le immagini dei primi scontri non promettono niente di buono. Arrivano anche le armi Turche. Si moltiplicano gli appelli alla pace, si divide la chiesa ortodossa col Patriarcato di Mosca intento a pregare soltanto per la salute del pope Kirill. Andrei percepisce lo stato di guerra quando si accorge che il suo telefono è muto: gli confermano che, chiamando dall’estero, il suo numero è inesistente. Amara sorte quella di chi lega la sua esistenza ad un numero telefonico...

Andrei Kurkov è scrittore, saggista e giornalista ucraino, che scrive in russo. Il suo Diario di un’invasione è un resoconto minuzioso e articolato di come una nazione, un popolo, una società scivoli piano piano, quasi senza accorgersene, in uno stato di guerra: il suo Diario registra lo stridore fra la calma apparente della quotidianità e l’avanzata inesorabile delle bombe, della morte. Soprattutto è prezioso perché ripercorre tutte le fasi antecedenti l’inizio del conflitto, restituisce ai gesti ed alle parole della politica un senso differente e più profondo, a volte di consapevole irresponsabilità. Dopo un periodo di inattività, durante il quale non è riuscito a scrivere nulla, Kurkov decide di riprendere in mano i suoi appunti e riordinarli: accade durante il periodo delle feste di fine anno e di Natale, in un momento di apparente calma, ideale per fare il punto. In quel momento ha una folgorazione: quello che si stava tessendo in filigrana diventa una triste e ineluttabile realtà. Il Diario riannoda i fili della storia dell’èra Putin, chiarendo la continuità distruttiva del piano russo, di cui la prima parte è stata la guerra nel Donbass del 2014 e l’annessione implicita della Crimea. L’analisi di Kurkov è chirurgica, come la sua scrittura asciutta ed i suoi commenti puliti ed inesorabili anche nei confronti del presidente Zelenskij e della sua politica da mainstream. Si tratta di un reportage storico che non sfocia mai nel moralismo, ma che non rinuncia a fornire della storia una visione allo stesso tempo distaccata e appassionata, in una parola “umana”.