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Diavoli

Diavoli

Learco Ferrari è sulla buona strada per diventare a tutti gli effetti un diavolo. Un unguento applicato quotidianamente dimostrerà in maniera ineccepibile se egli sia o no materiale “diabolico”. Il segno distintivo è la crescita dell’agognata e temuta coda, simbolo di potere e potenziale impaccio alla vita quotidiana. Diventare ed essere diavoli tuttavia non è affatto semplice: è una condizione esistenziale che prevede una serie di doveri e di incombenze che non possono essere tralasciati per alcuna ragione. Così il buon Learco, traduttore e romanziere, cerca la risposta ai suoi quesiti nella sua prima fonte di informazione: l’enciclopedia Utet. Non senza aver dimenticato Zingarelli e Zanichelli. Solo l’Utet, questa magica pubblicazione articolata in un numero non meglio precisato di volumi potrebbe essere in grado di rivelare quale sia il lavoro principale di un aspirante diavolo, quello a cui non si può assolutamente sottrarre. Come gestire però la molteplicità delle fonti? Quindi abbiamo il dividere, il calunniare e il confondere. Nel dubbio meglio assumere tutti questi incarichi e applicarli sull’ignara popolazione di Parma e dintorni. Questo mutamento di paradigma spinge Learco a vedere la realtà in modo diverso e a guardare gli esseri umani con l’intensità e l’innocenza di un fanciullo. Per quanto riguarda le donne, per quello nulla da fare. C’è sempre bisogno di un permesso speciale da parte dei diavoli, permesso che per ora non è mai accordato...

Il quarto romanzo di Paolo Nori è uno di quei libri che si possono definire divisivi. Questo non deve sorprendere vista l’origine greca di “diavolo”, che si riferisce proprio all’atto di separare. Alcuni lettori saranno respinti da questo vortice di parole, pensieri e azioni, mentre altri saranno attirati dalla caleidoscopica mente di Learco Ferrari - già protagonista dei primi tre romanzi di Paolo Nori - e dal suo modo sincero di guardare alla provincia di Parma e alla sua vita come un fanciullo appena venuto al mondo. Tutto passa attraverso il suo io narrante e anche i dialoghi sono mediati dalla sua percezione e dalla sua personale visione del mondo. A un occhio disattento potrebbe sembrare una via di mezzo tra scrittura automatica e flusso di coscienza, ma tutto questo è molto lontano dalla realtà. Il romanzo in effetti è costruito secondo una distinta musicalità in cui temi, suoni e ritmi si esprimono, ritornano e si rincorrono in una maniera quasi geometrica. La componente che è immediatamente riconoscibile è proprio il ritmo, a volte scandito letteralmente da questo “un, due, tre” che ricorre continuamente. Una seconda componente è data dalla ripetizione. In alcuni momenti sembra quasi di sentirla una chitarra di sottofondo che sottolinea senza invadere. Alcuni tra i passaggi più memorabili del romanzo sono degli insospettabili elenchi, come l’elenco di scrittori che si sono “perduti” dopo la prima pubblicazione. L’immagine di Baricco che suona un FA durante una lezione di scrittura e lascia che il suono si spenga durante quarantacinque minuti di silenzio è destinata a permanere nella memoria più di quanto sia ragionevolmente necessario. Alla fine resta la sensazione di aver fatto un lungo viaggio che ci ha mostrato che, in fondo, c’è qualcosa di Learco in ciascuno di noi.