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Diciassette diverse possibilità di fallire

Diciassette diverse possibilità di fallire

Sul tavolo del ristorante Kämp, a Helsinki, la tovaglia gialla riflette la luce del pomeriggio. Jean Sibelius siede immobile, un bicchiere davanti e il pentagramma vuoto accanto. Le gru migrano alte nel cielo, silenziose come la musica che non arriverà mai. Ogni giorno torna al suo “tavolo limone”, dove è d’obbligo parlare di morte, e aspetta che l’Ottava sinfonia si scriva da sola… A Falun, tra il rumore secco del legno e l’odore acre del rame, Mats Israelson spiega ai visitatori come si estrae la malachite, come si cuociono i mattoni, come si costruisce una casa che duri un secolo. Ma davanti alla signora Lindwall la voce gli si ferma in gola: di lei non riesce a dire nulla, e quel silenzio diventa il suo rimorso più tenace… Sulla costa della Normandia un gentiluomo inglese osserva un gruppo di francesi che si esercitano maldestramente nel cricket. È convinto che il gioco, con la sua eleganza e le sue regole, possa insegnare qualcosa di profondo. Ma quando vede servire a tavola il melone d’oltremanica capisce che tra le due sponde resta un muro invisibile… Un uomo, rimasto vedovo, torna in una casa di mare. Ascolta il suono del vento nelle tapparelle, il fruscio della sabbia sulla soglia, ma non trova più la voce che abitava quelle stanze. In un altro angolo di mondo, un gruppo di amici discute del fumo come di una libertà perduta: “Non si tratta di nicotina”, dice uno di loro, “ma di nostalgia”… E poi Tolstoj che si tormenta nella sua tenuta, interrogando Dio e il proprio corpo, e Turgenev che scrive lettere d’amore troppo tardi…

Julian Barnes raccoglie in Diciassette diverse possibilità di fallire il meglio della sua narrativa breve, dai volumi Cross Channel, The Lemon Table e Pulse. Si tratta di racconti in gran parte inediti in Italia, diciassette storie che mostrano l’intera gamma della sua arte: dal racconto storico alla meditazione intima, dalla satira di costume alla riflessione musicale. Tutto è attraversato da un’idea centrale, esplicitata nella prefazione: ogni forma narrativa contiene al proprio interno almeno un modo di fallire. Ma è proprio da lì che nasce la verità. Barnes scrive con una precisione chirurgica e una leggerezza ironica che ricordano a tratti Čechov. Le frasi sono misurate al millimetro, pronte a rivelare una crepa dietro la compostezza. La malinconia convive con l’umorismo e la tenerezza con la lucidità. Gli ambienti mutano — l’Inghilterra vittoriana, l’Europa del Novecento, la contemporaneità — ma l’oggetto resta lo stesso: la fragilità dell’essere umano, colto nel momento in cui comprende di aver mancato qualcosa. La traduzione di Susanna Basso e Daniela Fargione restituisce il ritmo musicale e la sottile ironia della prosa. Il volume è un compendio dell’universo barnesiano: un insieme di epifanie minime, di destini sospesi, di vite che inciampano e si rialzano. In fondo, come suggerisce l’autore, fallire non è che un’altra forma di grazia.