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Diegopolitik

Diegopolitik

Diego Armando Maradona nasce all’ospedale Evita di Lanús – a 12 chilometri da Buenos Aires – il 30 ottobre 1960, all’alba di una notte in cui erano state partorite solo femmine. In realtà l’ospedale sarebbe intitolato al Generale de Agudos Gregorio Aráfoz Alfaro, un medico insignito delle massime onorificenze dal regime golpista, che voleva cancellare dall’Argentina ogni traccia di peronismo. Nella famiglia in cui nasce Maradona – ultimo di cinque sorelle, figlio di Don Diego e Doña Dalma , l’ospedale è chiamato Evita. Diego nasce quindi con la rabbia degli oppressi e viene su nella bidonville di Villa Fiorito, al civico 523 di Calle Azamor. I luoghi in cui è nato e in cui è cresciuto lo rendono quindi malfidato nei confronti del potere, ma lo formano: è da lì che provengono il suo carisma, la sua personalità politica contraddittoria, caotica, populista e irredentista; la sua visione di un mondo globale e clanica, terzomondista e nazionalista, ossessionata dalla giustizia sociale e allo stesso tempo sedotta dal capitalismo...

Quello scritto da Boris Sollazzo – giornalista e critico cinematografico, vicedirettore di “The Hollywood Reporter” – non è il classico volume volto a celebrare le giocate e il piede sinistro di Maradona. Anzi, il calcio – per quanto possibile – qui appare quasi di sfuggita: è soltanto il naturale contesto all’interno del quale Sollazzo ambienta l’altra vita del defunto fenomeno argentino. “Quale altra vita?”, potrebbero chiedersi in molti. Quella politica che, per un motivo o per un altro, si conosce ben poco. Secondo l’autore, perché il Potere – sì, con la p maiuscola... - dell’occidente l’ha ben tenuta nascosta ai suoi discepoli. Ma comunque c’è stata ed è ben documentata: le manipolazioni di Kissinger (forse il capitolo più interessante del romanzo); Maradona come amico di Castro, Chávez e Lula; Maradona come conduttore di teleSUR e come locomotiva del movimento del no all’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe), promosso degli Stati Uniti. All’interno di Diegopolitik ci sono effettivamente una serie di narrazioni che rendono Maradona molto più di un semplice giocatore di calcio. Il problema – o magari non lo è: dipende dai punti di vista e da cosa ci si aspetta da uno scritto con sfumature giornalistiche – è il maradonismo militante dell’autore che funge da arma a doppio taglio. Se da un lato esalta – a volte oltremodo, con ripetizioni di aneddoti e forse anche con troppo idealismo – la figura politica di Maradona, dall’altro tende a nascondere sotto il tappeto quelle che sono state le ombre del calciatore scomparso nel 2020: i rapporti con i Giuliano, camorristi; gli ammiccamenti ad Aḥmḥ adinežād. Ecco, anche queste vicende avrebbero dovuto trovare spazio. Non ne sarebbe uscito un Maradona più ammaccato, ma un saggio più imparziale.