Hanno deciso di testare i riflessi di Tommi un martedì dopo la scuola, in un pomeriggio grigio e opprimente. Il gruppo di ragazzi si ritrova nel parcheggio abbandonato del Carrefour di Asti. L’aria è fredda, gli alberi sembrano pietrificati e tutto attorno ha perso colore, come se il tempo avesse risucchiato la vitalità del mondo. Sono Giacinto, Zaccaria, Negro, Viola e Arturo. Poi arriva Tommi, un tipo poco sveglio, in ritardo e trafelato, goffo, paonazzo e sovrappeso, con uno zaino troppo pieno e un ridicolo berretto con il paraorecchie. Tommi è il bersaglio del giorno, ma è troppo ingenuo per capire subito, così si lascia guidare. Dallo zaino tira fuori un libro frusto, un cappello da ferroviere e un fischietto. Zaccaria se ne impossessa, indossa il cappello, fischia e improvvisa un trenino umano. Negro in testa, Arturo in coda, Tommi in mezzo. È una farsa, una situazione grottesca in un paesaggio vuoto, eppure tutti vi partecipano, tranne Viola, che però non disapprova. Il libro invece è per Arturo, che resta immobile, catturato da un senso di disorientamento. Solo il suono delle campane riesce a scuoterlo, risvegliandolo da quell’impassibile ipnosi in cui è caduto, e a fargli riprendere coscienza. Strappa il libro dalle mani di Negro e lo tiene stretto. Chiede a Tommi chi gli ha detto di dare quel libro proprio a lui, ma in risposta ottiene solo un sorriso. All’interno trova il dépliant di un viaggio da Genova a Rio de Janeiro. Lo osserva come se fosse un segno da un altro mondo, fragile e lontano. Legge gli eserghi del libro. L’ultimo è cancellato e sostituito da una frase: “Non possiamo essere gentili in questo mondo oscuro”. Intorno, il parcheggio rimane muto. I compagni ridacchiano, ma Arturo guarda il libro come se contenesse una verità nascosta. Per un istante, in mezzo a quel grigiore, qualcosa si muove dentro di lui, osserva il parcheggio, ha un attacco di nausea, un senso di colpa che lo piega. È intontito, in testa gli ronza quella frase che sente dovrebbe essere cambiata in “Dobbiamo essere gentili in questo mondo oscuro”. Vorrebbe intervenire, ma sta zitto. Viola si intromette: è il momento della “prova dei riflessi”. I ragazzi iniziano una messinscena crudele. Fumano una canna, Zaccaria finge di passarla a Tommi, poi gliela nega all’ultimo secondo. La ragazza guida il rituale con calma inquietante. Negro traccia una X rossa sull’asfalto, proprio sopra un fiore nato in una crepa. È lì che Tommi deve posizionarsi. Viola lo convince a spogliarsi. Prima le scarpe, poi il giubbotto, infine rimane in mutande, tremando sotto il cielo grigio. I ragazzi impugnano pistole ad aria compressa. La prova inizia prima della fine del conto alla rovescia. I colpi partono rapidi, i pallini colpiscono Tommi al petto, alle gambe, alla faccia. Lui crolla a terra, piange, nell’indifferenza più assoluta. Tutto ritorna al grigio. E quel gigantesco mappamondo che da sessant’anni rotea mollemente sul tetto della ditta di mappamondi Vercingetorige, un tempo luminoso, ora sembra girare su sé stesso e inghiottire tutto…

Dopo Ferrovie del Messico, il pluripremiato romanzo diventato un vero e proprio caso editoriale, che la critica ha faticato a definire – dalla tradizione del romanzo-mondo, a romanzo enciclopedico, picaresco, di avventura o storico – Gian Marco Griffi stupisce nuovamente i lettori con un libro la cui caratteristica più evidente è la notevole estensione: più di mille pagine. Un’altra peculiarità viene invece esplicitata dal titolo: Digressione. Si tratta infatti di un racconto torrenziale in cui le storie proliferano in un percorso pieno di personaggi, deviazioni, idiomi, citazioni, riferimenti letterari e, appunto, digressioni. Il legame fra le due opere di Griffi è costituto dal volume Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en México di Gustavo Baz, che Cesco, nel primo romanzo, stava cercando e che, nel secondo, Arturo Saragat riceve da Tommaso Sconocchini, il compagno di scuola vittima dell’iniziale episodio di bullismo descritto con precisione e crudeltà. Il libro, tanto concreto quanto simbolico, porta i segni di chi lo ha avuto prima di lui – appunti, disegni, messaggi, tracce… – e accompagnerà Arturo nel suo tentativo di rimediare a quell’errore, di ottenere il perdono, di costruire una diversa versione di sé. Questo rimorso è il filo che lega l’enorme mole di materiale contenuto in Digressione. La trama, dunque, c’è, ma smarrirla è parte dell’esperienza e per questo forse è meglio scegliere di non raccontare di più. Quando un libro contiene tutto – “Tutto ciò che esiste, più una parte cospicua di ciò che è esistito e non esiste più, di ciò che esiste pur non essendo mai esistito, e di ciò che non esiste, non è mai esistito e mai esisterà” – non resta che scriverne il meno possibile. Basterà aggiungere che intorno ad Arturo il mondo è strano e distorto; spesso rappresenta una realtà alternativa, come quella che chiude il romanzo, riprendendo l’episodio che lo apre, ma rielaborato e restituito in forme diverse, arricchite di nuove sfumature e significati, come se ogni versione offrisse una lente attraverso cui rivedere l’intera narrazione. Griffi, con uno stile caotico e visionario, complesso e variegato, tra riflessione e delirio, non si limita a raccontare una storia: la stravolge, travolge il lettore, lo sfida a tenere il passo. Certo, quando lo scarto dal filo narrativo principale non è più una deviazione spontanea, ma una scelta deliberata e strutturale da parte dell’autore, c’è il rischio che perda la sua forza. Invece di ottenere un universo complesso e dinamico, dove ogni elemento secondario ruota attorno a un nucleo e occasionalmente sfugge alla traiettoria, il risultato è una costruzione dove il divagare, in quanto previsto e sistematizzato, può smettere di sorprendere. Digressione è un libro estremo, che sembra voler mettere alla prova anche se stesso. Non è una lettura da affrontare con leggerezza: è un labirinto, un omaggio al potere delle parole e alla capacità distruttiva e rigenerativa della letteratura. Più che un romanzo, è un territorio da esplorare, dove ogni passo può portare a una scoperta... o alla vertigine.