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Dimmi che non può finire

Dimmi che non può finire

Amanda lavora nella redazione di un quiz show e, dopo trecentosessantatre puntate, ha cominciato a conoscere il mondo delle produzioni televisive, stralunato e imprevedibile, e non le dispiace affatto. Anche Emma, sua madre, è contenta che lei lavori lì; a dir la verità è stata proprio lei a scoprire che cercavano personale e a spingere la figlia a inviare il curriculum, anche perché ha da sempre un debole per il conduttore, tal Marco Vanenzi, un quarantasettenne dagli occhi penetranti che bucano lo schermo. Amanda lancia un’occhiata all’orologio del forno, fermo alle 19.03. Diciannove marzo, Festa del Papà per tutti, ma non per lei. Per lei, solo le cifre in sé sono importanti. I numeri 19 e 3 la tormentano da giorni: le ritrova sulla data di scadenza indicata sulle tre confezioni di latte acquistato il giorno prima al supermercato; appaiono sulla targa dell’auto parcheggiata davanti al portone e sono anche sull’insegna della pasticceria all’angolo. Il suo potere, quindi, non l’ha abbandonata. A distanza di anni dalla sua prima manifestazione - quel lontano 12 giugno 1990, diciotto anni prima, anzi 6415 giorni prima - ha imparato ad interpretare il significato di quelle cifre ricorrenti, che le annunciano il momento in cui qualcosa che le dà gioia finisce. Quindi, il 19 marzo qualcosa di bello nella sua vita finirà irrimediabilmente nella spazzatura. Per cercare di distrarsi dalle cifre dell’orologio, conta i cereali ammorbiditi nel latte, mentre Emma mastica una fetta di torta e la guarda perplessa. Contare per Amanda è una vera e propria dipendenza, non può farne a meno, anche se riconosce che si tratta di una strana peculiarità. A dirla tutta, di stranezze nella sua vita ce ne sono anche altre. Per esempio, quando di notte non riesce a dormire, si alza e comincia a cucinare. Sforna torte su torte ed Emma la sgrida in continuazione, asserendo che i dolci della figlia sono un attentato alla sua salute. In realtà, però, i valori dei trigliceridi di Emma sono perfetti e lei è magrissima, a differenza di Amanda, che lievita anche solo fissando la vetrina di una pasticceria...

Una giovane donna con un singolare superpotere che le influenza la vita, un bambino taciturno e convinto che vivere nell’invisibilità allontani da ogni dolore, un padre che ha fatto dell’incomunicabilità la sua routine e la sua comfort zone. Questi sono i protagonisti dell’ultimo romanzo di Simona Sparaco, scrittrice che ha più volte dimostrato di riuscire a parlare al cuore e di saperlo fare con garbo e delicatezza. Una storia di coraggio e di crescita, che racconta di come si possa trovare il modo di vincere le proprie paure e di salvarsi, anche quando, per timore di farsi troppo male, ci si autoconvince di non aver bisogno di alcuna via di salvezza. Amanda - grazie ai numeri e alle cifre che le parlano e le indicano, nel loro continuo materializzarsi e riproporsi nella sua quotidianità, una data di scadenza - è convinta di riuscire a prevedere la fine di ogni gioia e, per questo, si lascia dominare dalla paura e preferisce circondarsi d’apatia piuttosto che correre il rischio di crearsi aspettative e incappare in eventuali delusioni. E questo è il motivo per cui accetta un lavoro assolutamente agli antipodi rispetto alle sue inclinazioni e ai suoi interessi. Ma non sa che in questo modo entrerà in contatto con Samuele - disadattato e affamato d’amore, proprio come lei - e a suo padre Davide - suo compagno di classe alle elementari, giovane vedovo dallo sguardo stropicciato e assente - e la sua vita non sarà più la stessa. Ogni relazione può racchiudere in sé qualche inevitabile delusione e sofferenza, ma sono proprio queste incrinature e imperfezioni a spingere verso la scelta di non arrendersi ma rischiare, rischiare di andare incontro ad una fine, è vero, che può tuttavia essere anche un nuovo inizio. La Sparaco racconta la fragilità dei legami familiari, la fame d’affetto che alberga in ciascuno, il dolore legato al senso di perdita, la necessità di affrontare le paure e affermare a gran voce il senso di appartenenza. E lo fa attraverso una storia che trova posto tra le pieghe dell’anima e lì rimane, affinché la si possa tornare a cercare tutte le volte che si è tentati di rinunciare alla felicità unicamente per paura di fallire.