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Dio non è timido

Dio non è timido

Amal, Hammoudi e la Siria. Il 2011 li coglie tutti e tre nel corso di una loro personale trasformazione. Hammoudi alla sua città natale persa nel deserto siriano – Deir el-Zor – quasi non ci pensa più. Fa il medico a Parigi, guadagna bene, ha una ragazza ebrea. Ci torna solo per un banale motivo burocratico, per rifare il passaporto, e ci rimane invischiato per sempre. Amal vive ai piani alti della società damascena, ha studiato arte drammatica ed è già stata scritturata per produzioni di buon livello, suo padre ha una villa e la vita non è niente male. Ma poi arriva il 2011. Sembra che le cose possano essere addirittura migliori, che si possano conquistare altri spazi. Amal a Damasco e Hammoudi a Deir el-Zor si avvicinano alla folla di gente che in strada chiede un cambiamento, che è stufa della corruzione, della divinizzazione del clan degli Assad, dell’onnipresenza farraginosa della burocrazia. Stanno mettendo i piedi su un terreno più sdrucciolevole del previsto. Le cose precipitano in un attimo. Nella sua città Hammoudi si ritrova a ricucire i corpi dei suoi amici d’infanzia o dei vicini di casa; lì la rivolta viene presto monopolizzata dalle milizie islamiste, poi dallo Stato Islamico; Hammoudi si vede costretto a ricucire i corpi dei miliziani. A Damasco Amal assaggia sulla sua pelle la presa violenta che i servizi segreti hanno sulla vita sua e dei suoi coetanei, il dominio che esercitano sui loro immaginari. Ad entrambi presto non resterà che una strada, quella che porta via dalla Siria, che porta in Turchia, poi sulle sorti ondivaghe dell’Egeo, infine alle soglie della fortezza Europa…

Romanzo asciutto, spedito, affilato come un bisturi. Non si perde in chiacchiere vane. Prende per la collottola due destini, li immerge nel calderone sanguinolento della Siria contemporanea e li tira fuori completamente trasformati, ribaltati, rovesciati. Li prende e li scaraventa dritto in faccia a noi, lettori occidentali, tedeschi, italiani… Dentro quel fenomeno migratorio che da noi ha scosso profondamente le coscienze o le ha irretite in sprezzanti difese dell’orticello patrio, ci sono i destini, anche, di Amal e Hammoudi. Il ceto medio di un paese. Un cervello in fuga all’estero, come Hammoudi; una piccolo-borghese all’inseguimento del suo sogno di celebrità, Amal. Grazie al bisturi della scrittura della Grjasnowa, si rompe la superficie dei giudizi stereotipati e i migranti si fanno persone pressoché identiche a noi lettori dell’onnipresente ceto medio, con sogni uguali ai nostri, orizzonti pari ai nostri. Il dettato è scarno, scattante ma con brevissime “distrazioni” su dettagli solo apparentemente insignificanti; la narratrice non trapela quasi mai, non dice “io”, non giudica, ma segue in presa diretta e realistica il rapido sovvertimento delle traiettorie di vita dei suoi due protagonisti. L’analisi dell’intrico sociale, militare e geopolitico rappresentato dalla Siria, della sua rivoluzione che s’è fatta guerra, c’è ed è sottile, ma percepibile in filigrana soprattutto nei dialoghi perfetti che mostrano il disincanto dei personaggi, l’incertezza che invade i loro spazi vitali, la labilità delle collocazioni ideologiche e politiche. È la seconda traduzione italiana (dopo Tutti i russi amano le betulle, Keller 2015) di una scrittrice di sicuro talento che occorrerà senz’altro tenere d’occhio.