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Discola

Discola

Tutto a un tratto si varca la soglia della scuola: il genitore rimane indietro, fuori – accettazione impotente della separazione. Tutto a un tratto si entra in un edificio chiuso, il mondo diviso in classi di età, la mattina divisa in ore e materie, i muri intorno, la luce fuori dalla finestra da guardare e desiderare, aspettando il suono della campanella. Tutto a un tratto aumenta la frustrazione, la paura di non fare bene, del voto e del giudizio. Tutto a un tratto non si riesce più a parlare con i genitori. Ci vediamo sempre meno, forse condividiamo la tavola, forse qualche tempo davanti alla tv. Intanto entriamo nel meccanismo produttivo che ci renderà funzionalmente efficaci nel mondo del lavoro che arriverà poi. Ci preparano e ci prepariamo per il dopo. E adesso, e quella luce alla finestra, l’abbeverarsi fiduciosi nell’allegria del mattino, dov’è finita? Scuola è da scholé, che però significa ozio, scholazein: stare in ozio. E come mai questo originario significato è stato smarrito? Nel dopoguerra e negli anni del boom economico si sono radunate le condizioni per una caratterizzazione decisa dell’istituzione scuola accanto al mondo degli adulti. Nel tempo, essa si è affermata come una tappa imprescindibile della crescita di un essere umano, un “destino ineluttabile”, un passo ritenuto obbligatorio, quando invece, da Costituzione (art. 30), a essere obbligatoria è l’istruzione, non la scuola. Routine, stare seduti al banco, imparare a stare al proprio posto: caratteristiche che potrebbero rientrare nel concetto elaborato da Ivan Illich di programma occulto: “struttura invisibile che trasmette il messaggio che solo grazie alla scolarizzazione e alla sua frequenza graduata una persona può prepararsi a vivere da adulta nella società”. Prepararsi a vivere, formazione permanente. Ovvero la separazione permanente della vita dalla sua forma...

È possibile allora descolarizzare la società? Prima ancora: come pensare (ancora) la descolarizzazione? perché è urgente coltivarne la pensabilità. L’autrice ripercorre passi e righe del pensiero di Illich, di Giorgio Agamben, di Walter Benjamin e Thomas Bernhard, John Holt e Robert Walser, per riattivarsi attraverso spiragli fecondi del descolarizzare: rendendosi conto che è necessario individuare i meccanismi di potere anziché alimentare frustrazioni, conoscere bene la forma per de-formare dall’interno. Individuano i possibili rischi delle alternative alla scuola nel riproporre in luoghi diversi lo stesso autoritario controllo sulla vita delle bambine/i, finanche la famiglia che opta per l’educazione parentale ma finisce per alimentare una sorta di autismo familiare. Sorge allora la necessità di una comune educante diffusa all’interno della quale l’individuo possa alimentare e alimentarsi in terra-Discola: l’apprendimento restituito al libero uso, de-specializzato, “indisciplinato ingovernabile non-programmato”, così un porsi fuori (non contro, perché anche qui abita la possibilità di de-strutturare) dai muri di cinta/istituzione e dai recinti anche alternativi: “lasciamo che il bambino si abbeveri fiducioso nell’allegria del mattino, è quello che vuole”, scriveva Janusz Korczak. È di estremo interesse allora, ritornare a pensare la descolarizzazione, ancora, partendo magari dal Manifesto dei descolarizzatori che l’autrice riporta in appendice, manifesto emerso dall’incontro di venticinque persone da 14 paesi diversi presso il Cidoc (Centro interculturale di documentazione), a Cuernavaca in Messico, nell’agosto 1974. Punto 11: Noi apprendiamo vivendo.