Salta al contenuto principale

Dislocazione involontaria

Dislocazione involontaria

Perché dislocazione e non migrazione? Perché il primo esprime più chiaramente l’allontanamento, l’abbandono della propria casa, intesa come luogo in cui sentirsi salvi, al sicuro, ma anche come “contesto emotivo, familiare, sociale, culturale, etnico, linguistico, spirituale”. Se si pensa all’accezione che il termine ha in campo medico, quando cioè un’articolazione si sposta traumaticamente dalla propria sede, non è più collegata alle altre parti del corpo, il senso risulta chiaro. Il secondo è più geografico, ci si sposta da un posto ad un altro. Altra distinzione: non si lega dislocazione a forzata perché questo “attira l’attenzione esclusivamente sulla forza esercitata “sulle” persone, mentre involontaria descrive i processi che avvengono per così dire “dentro” di loro e che le portano a decidere di dislocarsi”. Ancora meglio e addentrandoci in quella che è comunque un’ambiguità insita nel termine, l’involontarietà è data dalla situazione contingente per cui sia che si venga personalmente interessati da un qualsiasi evento pericoloso sia non si venga personalmente colpiti si decide comunque di allontanarsi temporaneamente, mettendo in pratica la propria agency (la possibilità di scegliere) e scegliendo la fuga temporanea decidendo di tornare appena possibile ma, se le circostanze lo impediscono, si resta dislocati in un altro luogo. Dislocazione è, in questo caso in particolare, una scelta linguistica che attiene al campo della psicologia e che dà la priorità all’esperienza dell’evento, più che all’evento stesso. Le emergenze umanitarie scuotono l’animo e l’emotività degli operatori, quindi serve uno scudo affinché si possano calare in una situazione emozionalmente complessa senza perdere la necessaria lucidità. Allora serve quella che viene qui denominata vigilanza epistemologica: attenzione alla concettualizzazione dell’evento emergenziale, perché la tendenza è quella di” polarizzarlo in positivo o in negativo” intraprendendo quindi scelte sbagliate se non dannose. Si tratta di vittime? Se il concetto è questo allora si stigmatizza la loro identità di vittima in modo pernicioso con effetti “nocivi e duraturi”. Se d’altro canto li si considera come sopravvissuti esaltando la loro resilienza, si rischia di minimizzarne l’esperienza traumatica. La necessità è quella di puntare l’occhio di bue su più prospettive: psicologica, sociologica, giuridica, medica per citarne solo alcune...

Frutto di una vasta e lunga esperienza sia sul campo (con persone/comunità dislocate) sia come supervisore e consulente per operatori e organizzazioni umanitarie, come direttore di progetti di ricerca, questo saggio di Papadopoulos, psicoanalista junghiano e docente all’Università di Essex, introduce, come si è evidenziato in precedenza, una nuova denominazione che non annulla e non sostituisce la tradizionale migrazione forzata (se non a livello terminologico) ma ne amplia lo spettro. Il tema è scottante (non servono delucidazioni), delicato e estremamente divisivo. Non nascondo la difficoltà del testo, uno di quelli che ad ogni concetto aggiunge una specificazione e poi una specificazione della specificazione, e dove necessitano pagine su pagine per arrivare a una qualche forma di sintesi, ma si tratta di un saggio di psicologia molto accurato e insomma glielo perdoniamo al Renos. Una parte molto interessante riguarda l’approccio dell’operatore umanitario non solo come maniera di porsi verso chi deve soccorrere ma anche come tipo di comunicazione da adottare per portare l’evento a conoscenza degli altri (possibili donatori, collaboratori, opinione pubblica). Quante volte siamo rimasti colpiti forse anche un po’ infastiditi dall’uso di immagini forti di bambini denutriti, con la pancia gonfia e la testa enorme? (A questo proposito invito alla lettura di Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag. Ebbene, questo tipo di comunicazione ha a che fare con l’enfasi selettiva, un modo per sollecitare l’aiuto in situazioni di indicibili ecatombi umanitarie. Trecentocinquanta pagine in cui si discute delle parole, dei risultati che l’una o l’altra possono determinare, delle diverse reazioni che l’una o l’altra possono provocare. Stiamo attenti alle parole che usiamo (qualsiasi riferimento a personaggi pubblici è assolutamente voluto).