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Disperazione

Disperazione

Il 9 maggio 1930, Hermann si trova a Praga per convincere una ditta sull’orlo della bancarotta a passare al sistema di produzione di cioccolata dell’azienda di cui lui è il rappresentante. Come lo stesso Hermann tiene a far sapere, questo è importante per capire cosa succederà dopo, ma non manca di scusarsi per il tedio che sa di suscitare. Insomma, si trova a Praga per incontrare una persona, ma questa persona non è in ufficio quando Hermann si presenta. Va allora a fare una passeggiata in quella mattinata fresca, luminosa, in cui si sente comunque protetto dai bellissimi guanti gialli che indossa. Dopo aver passato le file di case, Hermann vede una collina che gli sembra estremamente allettante, impossibile resistere al suo richiamo, decide quindi di salire: “il suo splendore risultò essere un inganno”. Mentre Hermann constata lo squallore della natura, interrotto solo da una bellissima cupola di gas che macchia di rosso il cielo azzurro, viene colpito dall’incantesimo di quello che sembra a tutti gli effetti un barbone, il quale, cappello a coprire il volto, se ne sta sdraiato sotto un rovo: “Assurdo. Dorme, dorme semplicemente”. Che tipo di impulso lo spinga a scansargli il cappello dalla faccia con la punta dell’elegante scarpa, non è chiaro. Quello che è certo è che, per un momento, nella realtà di Hermann si è manifestato qualcosa di miracoloso. Scoprirà che il barbone che dorme beato sotto al rovo si chiama Felix, ma quello che è davvero sconvolgente è il fatto che Felix, fatta eccezione per l’abbigliamento, è il suo sosia...

Apparso a puntate nel 1934 a Parigi, e poi in un volume unico nel 1936 a Berlino, Disperazione è uno degli ultimi lavori in lingua russa di Vladimir Nabokov. Un romanzo profondamente europeo per toni e rimandi, con il quale Nabokov dice la sua sul tema del doppio, un tema a dir poco frequentato dagli scrittori e che andrebbe sicuramente su un podio ideale dei tre temi più importanti della letteratura occidentale. Il narratore, Hermann, condivide tutta una serie di caratteristiche con i più classici personaggi di Nabokov: è un emigrato di origini russe, ha avuto problemi col paese d’origine, e occupa una posizione più che accettabile sulla scala sociale. Più di tutto però, a stabilire una continuità con gli altri narratori nabokoviani, c’è nel discorso stilisticamente impeccabile, nella ricchezza espressiva della prosa, una sconfinata passione per la verità, sempre bilanciata dalla sicurezza del lettore di trovarsi di fronte a un affabulatore abile, il quale però non riesce a nascondere del tutto la menzogna che dà origine al racconto stesso. A differenza di altri romanzi come Fuoco Pallido, in questo racconto non è chiaro sin da subito contro chi stia combattendo il narratore, da quali accuse voglia proteggersi (il lettore lo scoprirà piuttosto avanti nel libro), è chiara però la verità che difende: Felix è il suo sosia perfetto. Così, l’incursione di Nabokov nel tema del doppio, del sosia, non rimane un semplice, già sentito esercizio sull’identità, ma si trasforma in un’opera di convincimento sulla somiglianza tra il narratore e Felix, convincimento che deve avvenire mentre Hermann racconta di come si finge attore, e di come finge come un attore per attirare Felix nella trama insidiosa che ha ordito per lui.