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Disturbo della pubblica quiete

Disturbo della pubblica quiete

Poteva essere una sera come tante, con i soliti interventi, scaramucce, controlli: il commissario Pieve e l’agente Rossetti sono pronti a chiudere stancamente il turno per riprendere la loro vita. Hanno fretta quasi di terminare il turno perché hanno altri problemi da risolvere: Marco Pieve ha da affrontare il rapporto con la figlia ventenne infatuata di un saltimbanco polacco, vuole riguadagnarne la fiducia e la stima, ma non è facile quando il rischio è perderla per sempre; l’agente Enrico Rossetti deve ancora capire se Paola è la sua donna oppure se è tutto finito. Dunque hanno fretta e quella grana non ci voleva proprio: disturbo della quiete pubblica! Un omone senegalese, Mamadou, ma tutti lo chiamano Ibra!, continua a prendere a calci la porta chiusa di un appartamento. Vuole andare in prigione, deve andare in prigione, ma per così poco i due poliziotti non pensano valga la pena riempire una valanga di scartoffie che rischiano di far loro perdere altre 2-3 ore, proprio quando sono alla fine del loro turno. Se lo vorrebbero proprio risparmiare questo strazio di inutile burocrazia e sono pronti a chiudere un occhio, lasciando andare il povero senegalese, più vittima che colpevole. Ma l’omone di colore non ne vuole sapere e continua a scalciare tutto quello che lo allontana dall’incarcerazione. Ma perché vuole andare in carcere a tutti i costi? Questa è la domanda a cui bisogna dare una risposta in una notte come tutte le altre, destinata a diventare invece un momento di svolta e di non ritorno nella vita dei tre uomini...

Come opera prima di Luca Bizzarri, il romanzo (breve) Disturbo della pubblica quiete presenta notevoli spunti sia tematici sia stilistici. Assecondando la sua natura di comico militante impegnato Luca Bizzarri punta l’occhio su un tema di grande attualità, che va oltre il contesto di malavita, droga e prostituzione tratteggiato in una città che ricorda Genova, anche se non ne è mai evocato il nome: l’indolenza della gente di fronte ai drammi personali. I due poliziotti sono le vittime di un sistema pigro, in cui il senso di una giustizia inefficace ha abdicato alla necessità di sopravvivere, mestiere ancora più difficile e complesso del vivere. Le vicende di interesse generale lasciano il posto alle tragedie singole, di uomini emarginati ma anche di altri apparentemente inseriti e intrecciati nel sistema chiamato “vita normale”: è un cortocircuito che spinge a disinteressarsi agli altri per concentrarsi soprattutto su se stessi, spinge a vivere una vita di superficie in modo indolente, completamente assorbiti e consumati dalle proprie intime sofferenze. Stilisticamente è gradevole il passaggio di registro e testimone narrativo che per gran parte del romanzo si alterna fra narratore esterno e interno: alla terza persona con cui si narra l’intera vicenda, senza un punto di vista specifico o una voce narrante principale, ma anzi con un susseguirsi di resoconti di personaggi principali e comparse, si alterna la prima persona di Mamadou che “confessa” e si confessa, recuperando trame del suo vissuto più lontano fino ai suoi cupi riflessi di futuro. Se anche il testo paga l’inesperienza dell’autore e alcune pagine risultano sospese rispetto al resto della narrazione, Bizzarri ci consegna un esordio sofisticato e audace, che non annoia e non stagna mai né in descrizioni o lezioni di morale. Anzi, il vero pregio è l’assenza di una morale, di un giudizio, perché i drammi si raccontano, non si commentano.