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Divorzio di velluto

Divorzio di velluto

Bratislava, Dúbravka vecchia. Katarína segue le indicazioni per il suo quartiere. Nella strada che da piccola frequentava per le lezioni di pianoforte – ricorda ancora le bacchettate sulle mani della maestra Csaková ad ogni nota sbagliata – sono sorti due nuovi night club. Sua madre le apre la porta, l’abbraccia, pare cercare qualcuno alle sue spalle con lo sguardo. Il padre la accoglie poggiandole a lungo una mano sulla spalla. Il giorno seguente le propone di accompagnarlo alla Terrazza, che al tempo del comunismo era un centro commerciale con gli alimentari al piano terra. Avanzano in fila ordinata, lenta, come quando era piccola e si facevano code per tutto. Scelgono una carpa grossa, da quattro chili. Il pescivendolo l’avvolge viva in un foglio di giornale, il padre la ripone in una borsa gialla a rete. A casa la metteranno nella vasca da bagno piena d’acqua per poi ucciderla e servirla per la Vigilia. Katarína entra in un supermercato, non le serve niente ma i supermercati la fanno, in qualche modo, sentire a casa. Si imbatte in Viera, che spinge un carrello con sessanta uova. Da tre anni l’amica si è trasferita a Verona, dove ha vinto una borsa di studio all’università. È tornata per le feste a Bratislava, la invita a casa sua la sera stessa. Le dà appuntamento alle otto, ci saranno anche Daniela e Mirka, come da Tradizione. Tornata a casa Katarína fa una doccia, prova a chiamare Eugen, le risponde la voce metallica della segreteria. Arriva il fratello Jojo con la moglie Olga e la piccola Magdalénka. A tavola il posto accanto a Katarína è vuoto, le chiedono dove sia Eugen. Katarína non lo sa. Non vivono più insieme, sono due mesi che Eugen non dorme a casa...

“Quando è entrata a Bratislava, ha avuto la sensazione di sempre, che sarebbe stata l’ultima volta, l’ha ignorata e ha seguito in automatico le indicazioni per Dúbravka, il suo quartiere”. Con un ritorno difficile, quello di Katarína nella sua città natale, si apre Divorzio di velluto, romanzo d’esordio della scrittrice di origini slovacche Jana Karšaiová. Un ritorno in grado di destare ferite del passato e acuire i dolori del presente: l’assenza di Dora, sorella maggiore e spirito ribelle, che Katarína non vede da sette anni; il rapporto con i genitori, il tentativo di ricucire lo strappo che si dipana in durezze e incomprensioni; l’incontro con Viera, amica di sempre, che ha scelto una strada differente, una nuova lingua, una nuova identità per sottrarsi ad un Paese che le è sempre andato stretto. Il vuoto, infine, lasciato da Eugen. Suo marito l’ha lasciata sola nella casa di Praga, di fronte un piatto di palacincky con la marmellata e un biglietto: “me ne vado per un po’”. La Karšaiová indaga attraverso il matrimonio in bilico di Katarína un ulteriore matrimonio mancato, un altro divorzio silenzioso, quello tra Slovacchia e Repubblica Ceca, “una fenice moderna, gemella ma non troppo”, sorta dopo la parentesi della Cecoslovacchia comunista. Narra di fratture storiche e intime mancanze, ma anche della possibilità di nuovi inizi, da ricercare altrove o dentro di sé, nonostante la sensazione di aver perso tutte le cose importanti. L’autrice sceglie di esordire in italiano, lingua appresa da autodidatta nell’arco di vent’anni, “scudo” che fa suo e modula in una prosa semplice, paratattica, carica di una tenerezza scabra che calza i personaggi come il velluto del titolo, morbida e pesante a un tempo, tanto più intima quanto più il linguaggio si fa essenziale, asciutto, lasciando che eventi e gesti parlino da sé. Un esordio snello ma molto maturo, dall’identità ben definita, a suo modo già premiato dal recente ingresso nella dozzina del Premio Strega 2022.