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Donald Trump

Donald Trump

Donald Trump è il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. Incredibile ma vero, la sua campagna elettorale sopra le righe, caratterizzata da toni rabbiosi e anti-establishment, ha fatto breccia nel cuore degli americani regalandogli prima la nomination del Partito Repubblicano e poi, addirittura, la presidenza. Ancora una volta Trump è riuscito a trarre profitto da se stesso, non tanto grazie alle proprie capacità imprenditoriali e politiche, ma grazie a quel cognome che è esso stesso un brand, in quanto simbolo di successo e fama. La verità vera, come si dice, è però un’altra. Donald Trump non è proprio quel Re Mida in grado di trasformare in oro tutto quello che tocca, ma è più che altro un individuo che sa proiettare molto bene questa immagine di sé, tanto da potersi permettere amicizie e agganci che certo un comune mortale faticherebbe ad ottenere. Di conseguenza è riuscito a trovare tutte le scappatoie per evitare crack finanziari che lo avrebbero ridotto sul lastrico e ne avrebbero, ovviamente, danneggiato l’immagine, deprezzandone appeal e profitti. Trump è anche una figura particolare, animale solitario abituato a seguire l’istinto e poco propenso al contraddittorio, incline alla menzogna e alla vendetta. Tenendo conto di tutto ciò, cosa potremmo aspettarci dal nuovo inquilino della Casa Bianca?

David Cay Johnston, premio Pulitzer nel 2001 e penna di punta del giornalismo a stelle e strisce, scrive un pamphlet velenoso e caustico, dipingendo il neo-presidente americano nella migliore delle ipotesi come un ciarlatano dall’ego ipertrofico, mentre nella peggiore come un affarista spregiudicato, vendicativo e dalle amicizie discutibili. Tralasciando le minacce di querela avanzate da Trump, impegnato nella sua personale crociata contro le fake news, in questo libro inchiesta si intravede una profonda conoscenza della biografia del tycoon newyorchese, corredata da un lavoro certosino di analisi di fonti e testimonianze. Johnston, che riconosce di avere qualche affinità caratteriale con Trump, lancia strali avvelenati contro il neo-presidente, e ricorda un certo giornalista nostrano, dalla lingua tagliente e dotato di indubbia bravura nel collegare fatti ed eventi, come se facessero tutti parte di un medesimo disegno, contro il politico di turno. Mi riferisco chiaramente a Marco Travaglio e, senza entrare nel merito delle analisi effettuate, noto che ci siano molti punti di contatto con lo stile e la verve del saggio in questione. Resa l’idea del genere d’opera che ho avuto il piacere di leggere, ho due ultime considerazioni da fare. La prima di natura contenutistica: posto che una persona può davvero essere il Male personificato, è possibile che nelle 224 pagine che compongono il libro non vi sia neanche un’azione lodevole/meritevole/buona/saggia compiuta da Trump in tutta la sua vita degna di essere riportata? E la seconda, invece, riguarda il ruolo e la funzione del giornalista oggi, a lungo meritevole cane da guardia contro gli abusi del potere. Glenn Greenwald, Premio Pulitzer famoso per aver raccolto la testimonianza di Edward Snowden sul programma di sorveglianza di massa della NSA, dice questo: “Con l’acquisizione dei media da parte delle grandi corporation mondiali, quasi tutte le figure di spicco a livello mediatico sono dipendenti lautamente stipendiati dalle conglomerate, non diversi dai loro omologhi in altri campi. […] La loro carriera sarà determinata dal requisito che decide il successo in quell’ambiente: la capacità di compiacere i capi e favorire gli interessi della società”. Ciascuno tragga le proprie conclusioni e, per citare una delle frasi che hanno accompagnato le Presidenziali USA 2016, “Deal with it”.