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Donnafugata

Donnafugata

Ragusa, Diciannovesimo secolo. Il “baronello” Corrado Arezzo de Spucches vive la sua infanzia e si prepara a prendere in eredità la gestione della filanda di famiglia. La sua crescita procede di pari passo a quella del suo Paese: l’Italia, che non è ancora tale, ma che sta per diventarlo. Corrado Arezzo assiste e partecipa ai moti del 1848, come esponente della vecchia nobiltà che pur si ribella al dominio borbonico, dimostrandosi un uomo più moderno del suo stesso rango nobiliare. L’Italia unita nasce da un’idea: “e questa non ha confini, non ha mare, non ha montagne”. E, mentre si fa l’Italia, il barone Corrado Arezzo costruisce sé stesso, il suo privato, la sua famiglia, le sue ferite. Corrado crede di poter cambiare la sua Sicilia, una volta fatta l’Italia, eppure resterà deluso, scegliendo di rifugiarsi nel suo castello di Donnafugata, prigione ed esilio a protezione dalle ingiustizie del mondo. Il barone resta un uomo che va oltre, oltre il presente, oltre sé stesso e le convenzioni sociali; a dimostrarlo è anche il profondo legame con Micheluzzo, suo collaboratore (“compare tuttofare”) e “vecchio amico”, figura apparentemente ancillare, eppure centrale per tratteggiare Corrado, il vero fulcro della storia…

Costanza DiQuattro, con Donnafugata, è al suo secondo romanzo – dopo l’acclamato esordio de La mia casa di Montalbano. Ripercorre, qui, una vicenda di famiglia, di cui conosce bene gli intrecci. Corrado Arezzo è un Gattopardo (pare che proprio tale barone abbia ispirato Tomasi di Lampedusa) che assiste al cambiamento e vive in prima persona l’evoluzione della Sicilia durante l’Unità. Ma, accanto alla Storia, come in tutte le esistenze, procede e avanza la storia piccola e personale: gli affetti, la famiglia, i fallimenti, il dolore della perdita e una rinata speranza… accanto alla narrazione vera e propria, si alternano pagine di diario del protagonista stesso e salti temporali che lasciano sobbalzare il lettore senza, tuttavia, farlo perdere mai. Sono stacchi calcolati, come quelle cesure impreviste della vita che ci riportano, però, sempre in carreggiata, o anzi ci aiutano meglio a capire la via e a percorrerla davvero. Donnafugata culla il lettore e insieme lo rende consapevole, alternando carezze e verità, oblio ipnotico e memoria, infanzia e maturità. “Non siamo altro che rose. Duriamo il tempo di un sorriso, di un ricordo da custodire […] E quando ci voltiamo indietro di noi resta solo la scia debole di un profumo che è stato intenso.” Questo romanzo, allora, è anche il tentativo di recuperare il passato, un profumo dimenticato – nonostante la sua estrema intensità –, per vivergli di fianco: perché questo dovrebbe fare il presente, camminare, a passo proprio, accanto al tempo che fu.