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Donne altrimenti amate

Donne altrimenti amate
Nella piccola redazione dell’emittente televisiva ligure Teletua, come capita spesso, è come se fossero una famiglia. Fabio Riccò, trentasette anni, caporedattore, unico assunto, e Carlo , il tecnico, sono le colonne portanti di una realtà fatta sostanzialmente di collaboratori esterni su cui domina prepotente il solito capo tronfio, pieno di sé, presenzialista nelle operazioni di facciata, inutile ai fini del lavoro. Con il vezzo, per giunta, di non pagare gli stipendi. Ma Fabio e i suoi colleghi, compresi i giovani entusiasti che ancora sognano carriere brillanti e scoop clamorosi, appartengono a quella categoria di giornalisti che fanno il loro lavoro per passione, a dispetto di tutto, mettendo a rischio persino i rapporti familiari (chi ce li ha). Sono i giornalisti “dieci euro al pezzo”, che non rinuncerebbero al lavoro sul campo, per quanto sottopagato, per nulla al mondo. Tra di loro c’è anche Stefania, venticinque anni, collega di Fabio da ben otto. Tranquilla, un po’ scialba, casa-chiesa-lavoro, appassionata sul lavoro ma con nessuna voglia di comparire nè mania di protagonismo: cosa abbastanza rara in un giornalista. Schiva al punto che, per dedicarle un servizio nel notiziario, non si riesce a trovare una sua immagine. Come mai un servizio su di lei? Come un fulmine a ciel sereno, improvvisa, è giunta in redazione la notizia della sua morte violenta: Stefania è stata sgozzata in una stradina buia, nei pressi dell’uscita secondaria della cattedrale. Difficile trovare un indizio qualunque nell’esistenza semplice e pulita di Stefania e il maresciallo Nusca  troppo in fretta stabilisce che il colpevole non può che essere il killer noto alle forze dell’ordine, in quei giorni a piede libero dalle parti del luogo del delitto. A Riccò la cosa non va proprio giù, perché lei faceva parte della loro piccola famiglia ma soprattutto perché l’istinto gli dice che c’è ben altro dietro questo omicidio apparentemente inspiegabile. E poi lo diceva sempre la povera Stefania, che brava lo era davvero nel suo lavoro: “ Quello che riguarda le persone non è mai troppo complicato, basta frugarci dentro e ci troviamo sempre la soluzione”…
Opera prima del giornalista Aldo Boraschi, che dalla sua esperienza umana e lavorativa pare attingere con abilità, questo romanzo breve – o racconto lungo – è un noir godibilissimo e scorrevole che si legge d’un fiato, col desiderio di scoprire cosa accade alla pagina successiva, proprio come dovrebbe essere in un libro del genere. Chi ha avuto modo di leggere Boraschi sul suo blog conosce la sua scrittura immediata, lucida, spesso elegante, con pennellate quasi liriche, soprattutto quando parla di emozioni. In questo romanzo tali pennellate sono dedicate soprattutto al paesaggio ligure, caro all’autore, e fanno da contraltare a vicende squallide di interessi politici, miserie umane e vani sforzi di redenzione e riscatto che costituiscono la cornice al delitto. Decisamente un felice esordio (perfetto per una eventuale sceneggiatura)  che promette bene per il futuro, soprattutto se l’autore vorrà osare di più, approfondendo i molteplici spunti che la sua scrittura è capace di offrire; ad esempio promette invano l’ammiccare tra il protagonista e la bella pm, creando un’attesa che rimane, ahimè, delusa. E  le sfumature romantiche si coniugano piacevolmente, di solito, alle vicende  noir. Aspettiamo con grande interesse, quindi, un nuovo romanzo di Boraschi, magari suggerendo una più attenta cura editoriale che eviti qualche refuso di troppo, anche per rendere giustizia ad una veste grafica preziosa e gradevole, soprattutto nella scelta della carta spessa ed elegante. Che qualcuno, pure nell’era dell’e-book, continua ad apprezzare molto.