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Dopo Teheran

Dopo Teheran

Marina è una donna iraniana e a 16 anni ha subito un trauma incancellabile: arrestata per un presunto reato politico, è stata costretta a passare due anni nel durissimo carcere di Evin. Una esperienza che segna la ragazza e che, una volta tornata in famiglia, si forzerà di tenere nascosta in fondo al cuore per ben 19 anni. Marina riesce a ricostruirsi pian piano una vita, finisce gli studi e sposa Andre, il suo primo amore, espatriando poi – con difficoltà e dietro pagamento di una ingente somma di danaro – dall’Iran per raggiungere il Canada, un paese che la accoglie immediatamente. I ricordi, però, non riescono a stare lontani per molto e ardono ancora sotto la cenere di una nuova vita fino ad esplodere inaspettatamente. Dopo il funerale di sua madre, anaffettiva e distante, il padre di Marina, un uomo debole e assente, rivela alla figlia che sul letto di morte la mamma l’ha perdonata: una frase che scatena nella donna una fortissima reazione nervosa, una crisi psicotica che fa emergere il passato in tutta la sua virulenza. Dopo 19 anni non è più tempo di attendere: Marina, che a Toronto lavora e vive perfettamente integrata, comincia ad affidare le sue memorie ad un diario e, non contenta, si iscrive ad una scuola di scrittura per “imparare” a rendere più incisivi i suoi ricordi e farli uscire una volta per tutte dal suo cassetto. Per la Nemat è l’inizio di una vera e propria rinascita, un cammino che la porterà a pubblicare un libro di successo e che farà conoscere lei e la sua complessa vicenda al mondo intero...

Marina Nemat ha una determinazione e un coraggio non comuni: attraverso la sua scrittura asciutta e intima riesce ad esorcizzare il suo dolore ma non solo, i suoi ricordi sono in grado di coinvolgere anche il lettore più distratto e smaliziato. Una valigia di oggetti, simbolici ma allo stesso tempo terribilmente reali, accompagna il racconto di una storia segnata dalla Storia: un portagioie in argento usato come una zuccheriera (appartenuto alla amatissima nonna Babu) che evoca una infanzia serena; un registratore e un microfono (proprietà di una giornalista) che danno voce alla prima intervista di Marina, il primo segno di interesse del mondo esterno alla sua storia; l’acchiappasogni (un oggetto della tradizione degli indiani d’America) che la donna immagina di costruire (al suono di una canzone di Leonard Cohen, Sister of Mercy) insieme ad un altra ex prigioniera Giuliana Sgrena. Sono solo alcuni dei “souvenir esistenziali” che caratterizzano i diversi capitoli di questo romanzo autobiografico costellato di suggestioni oniriche, di visioni, di ricordi di infanzia (come quando Marina veniva punita dalla mamma e rinchiusa nell’angusto balcone), di flashback sugli orrori della prigionia subita (la tortura e il matrimonio forzato con il suo carceriere Ali), di riflessioni sull’Iran e sulla situazione politica internazionale (legate anche agli incontri di promozione del libro Prigioniera di Teheran), di incertezze e consapevolezze di una donna che non ha smesso di lottare neppure un giorno, neppure quando la sua vicenda giaceva in uno spicchio remoto della sua anima in attesa di venire un giorno alla luce. E quel giorno fortunatamente è arrivato.

LEGGI L’INTERVISTA A MARINA NEMAT