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Dove gli ebrei non ci sono

Dove gli ebrei non ci sono

Il tema è: meglio vivere in una terra dove tutti hanno la stessa religione, gli stessi usi e costumi, oppure integrarsi in un’altra dove si è integrati come minoranza scomoda e dunque inevitabilmente soggetti a più o meno latenti discriminazioni e sicuramente odio? Di questo discute la dodicenne Masha Gessen con alcuni coetanei seduta nel mezzo di un appartamento moscovita semivuoto perché i suoi genitori stanno traslocando fuori dai confini della Russia, stanno cioè per trasferirsi in America. La domanda sembra retorica, e a tratti assurda, per degli adolescenti ebrei che vivono quotidianamente sulla loro pelle la loro presunta differenza. In realtà, il tema è più profondo perché investe il concetto stesso di nazione ebraica, di identità culturale di un popolo sempre, sempre meno avvezzo alle proprie tradizioni e ormai lontano dalla lingua e cultura yiddish. Eppure in Russia la soluzione c’è ed è il Birobižan, la regione autonoma ebraica nella Russia, una regione che dal 1927 Josif Stalin ha individuato come possibile destinazione per il milione di ebrei che per decenni, dalla metà dell’800 in poi, sono costretti ai pogrom, agli attacchi violenti che in Russia, come in Germania ed in altre nazioni dell’Europa, costringono gli ebrei a trovare rifugio altrove. La nascita del Birobižan è legata al dibattito acceso che alcuni intellettuali, per lo più ucraìni, hanno portato avanti in convegni e soprattutto sulle pagine dei giornali yiddish, ma non solo, all’inizio del ‘900. Fra questi si distinguono Simon Dunow e successivamente lo scrittore David Bergelson. Quest’ultimo, dopo alcuni anni di autoesilio, rientra in Russia per perorare la causa della nazione ebraica, spingendo il Partito Comunista Russo a trovare una soluzione. E la soluzione è proprio un oblast, una repubblica autonoma federata alla Russia, situata in un luogo marginale, al confine orientale con la Cina e vicina alla Corea, zona di incontro fra diverse realtà sociali, ma anche terreno ampio e potenzialmente ricco dove Stalin individua la collocazione pacifica degli ebrei. Ma è una buona soluzione?

Il libro-saggio di Masha Gessen è una ricostruzione attenta e documentata di un dramma personale e universale, quello del popolo ebraico. Prendendo spunto da una vicenda personale, ovvero l’impossibilità già nel 2010 di vivere “la diversità”, culturale e individuale (Masha infatti è una donna lesbica che rientra in Patria dopo alcuni anni in America con la sua compagna ed i suoi figli) nella Russia di Vladimir Putin, sempre più oscurantista e chiusa, lo studio di Gessen, giornalista affermata e saggista di rilievo nota a livello planetario, va alle origini del progetto di uno stato autonomo ebreo, il Birobižan, esplorando le conseguenze, anche psicologiche, di chi è costretto quasi a vergognarsi della sua religione, delle sue scelte personali, e trascorre la sua vita senza doversi sempre nascondere o scusare. Che si tratti della soluzione sbagliata lo dimostrano anche le oltre ottanta pagine del resoconto della Commissione nominata dal PCUS: è una terra inospitale, sia per la conformazione geologica, sia per la difficoltà di integrarsi degli ebrei in un contesto popolato da cosacchi, da coreani e da cinesi. Ma il saggio della Gessen va oltre questi elementi sociali e geografici, perché scandaglia le difficoltà culturali che si frappongono a questo ennesimo progetto segregazionista e apre ampi squarci di riflessione sulle diversità e sulla crudeltà di ogni tipo di totalitarismo.