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Dove non mi hai portata

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È il 24 giugno del 1965 quando Lucia e Giuseppe abbandonano nel parco di Villa Borghese a Roma la loro figlia di otto mesi per poter compiere quel gesto estremo che ormai hanno ben pianificato da tempo, con la speranza di aver messo in salvo almeno lei. Lucia ha solo 29 anni, è una giovane contadina che non ce la fa più a sostenere la sua sorte difficile e ingrata e non riesce a trovare di che sostentare la figlia. Ha lo sguardo fermo e sincero di una persona intelligente. È una donna semplice ed elegante, attenta a mantenere sempre, in ogni circostanza, il decoro della propria persona e del proprio corpo. Figlia di agricoltori, nasce nel 1936 in una famiglia numerosa a Palata nella regione Abruzzi e Molise, in quel Sud Italia in cui a decidere del destino dei figli, e soprattutto delle figlie, sono ancora il padre e la logica della convenienza. Lucia è innamorata di Tonino, un ragazzino suo coetaneo che conosce sin da quando ha undici anni. Ballano insieme alle feste, si spiano nascosti dai covoni di grano, si cercano. Anche Tonino è perso di Lucia, per lei salirebbe a cavallo pure con un metro di neve, ma il padre di Lucia rifiuta il corteggiamento e la mano della figlia al pretendente: Tonino non possiede terreni, è povero. Un rifiuto fatale, che decreterà la vita infelice di Lucia…

Pubblicato da Einaudi nella collana Supercoralli e finalista al Premio Strega 2023, Dove non mi hai portata è una storia di indagine e di ricostruzione, ma soprattutto di restituzione alla vita di una vita che troppo presto è finita. Maria Grazia Calandrone indaga, si informa, studia fino a ricomporre le tappe che hanno segnato l’esistenza di sua madre, Lucia Galante, portandola ad affidare la figlia alla “compassione di tutti” e ad abbandonare la vita. È una storia emozionante perché toccante è la sofferenza di questa giovane donna, della cui vita sembra non importare a nessuno, neanche alla sua famiglia. Maria Grazia Calandrone, firma non nuova nel panorama culturale italiano, si rivela ancora una volta un’abile narratrice, che attraverso uno stile evocativo che mai perde tensione narrativa ed eleganza poetica, con la precisione e l’acume di un detective ricostruisce una storia di cronaca che ci illumina anche sull’Italia del Dopoguerra, un’Italia fatta di campagne povere e di città in veloce crescita, di immigrazione interna e di difficoltà lavorative, di emarginazione e rifiuti, di logiche patriarcali violente e vite sacrificate. Commuove lo sforzo emotivo — che ben si percepisce — che questo libro deve essere costato alla sua autrice, e sulla pagina talvolta cade qualche lacrima. Ma la conclusione, per quanto la vicenda sia tragica, è positiva: un ringraziamento alla madre che ha fatto di tutto per salvare la figlia e per non trascinarla dove è caduta lei e che è riuscita a trasmetterle la fiducia nella compassione e nella generosità degli altri.