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Per dove parte questo treno allegro

Per dove parte questo treno allegro

Un padre e un figlio decidono di fermarsi in Toscana durante il loro viaggio verso la Svizzera, dove son diretti per riportare in Italia denaro che il genitore ha occultato prevedendo forse i disastri finanziari in cui poi è incappato. L’accoglienza della ex ragazza del figlio non è come ci si poteva aspettare: d’altronde Rita ora ha il figlio che in precedenza invece aveva preferito non avere. Ma ormai il viaggio in treno è iniziato, non c’è fretta, più che il futuro interessano il presente e il passato in un rapporto familiare discontinuo e pieno di frazioni e frizioni, specie dopo che la madre di uno e moglie dell’altro è scappata di casa chissà con chi e chissà dove, non dando più notizie di sé. Quale occasione migliore allora per tentare di capirsi, magari ritrovarsi dopo essersi decisamente persi, anche se questa gita all’estero è un’incognita ed in caso di fallimento comporterebbe anche risvolti penali per illecita esportazione di valuta. Ma ormai è stato sigillato un patto, il “piccolo” ha accettato di fare un favore al “grande”. D’altronde il padre al solito appare sicuro, sembra spesso un epigono di Robert Mitchum, ma il suo consanguineo che tra dubbi e debolezze irrisolte ci è cresciuto, qualche risposta la vuole…

Saga di sentimenti e istinti, di sfide all’assurdo e all’impossibile fatte con lucida ludica coscienza. E si avverte una forte e vivida forza di avere, dettata dal richiamo inesorabile del legame familiare, che riesce a scollare l’anima dall’apatia: la voglia di giocare, ancora e di più, anche se il tutto non sempre sembra un gioco. Anche se non sembra possibile. In barba alle convinzioni ed alle convenzioni. Storia semplice, con qualche ingenuità autoriale ma solida, per un rapporto costruito su un’impervia voglia di sopraffare le decisioni dell’altro, una incommensurabile sete di stupire, una puerile voglia di sapere e non sapere cosa fare. E allora ecco binari che non portano mai a stazioni di decisioni, con nel cassetto il sogno di una tranquilla dormita riposante senza spasmi ed aneliti e sullo sfondo un certo deserto emotivo condito però con un onnipresente stupefatto e visionario sguardo infantile sulle cose e sulle persone. Il romanzo di esordio di Sandro Veronesi è un testo intimo e autobiografico, in cui il nodo è un bislacco, speculare e/ma veritiero rapporto padre-figlio, che vive di un certo autocompiacimento quasi masochistico e molto autoreferenziale, a scoprirsi nell’altra parte nel momento esatto in cui si cerca di dividersi e di frapporre barriere, indifferenze, insofferenze. Tutto si mescola e si mette in dubbio, sulle ali di un sarcasmo venato di un umorismo mai frivolo e tantomeno friabile.