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Intervista a Cristò

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Ho avuto il piacere di passare una domenica mattina in compagnia di Cristò - libraio, scrittore, musicista barese che, per citare lui stesso, ha anche un cognome ma il nome è più che sufficiente - per parlare di letteratura. Intervistare Cristò è stato come leggere uno dei suoi libri: mentre sei lì che scopri concetti nuovi e interessanti, vieni colto da qualcosa di divertentissimo che ti costringe a fare una pausa per ridere.




Da cosa nasce la riedizione de La carne? Si sa che c’è una pandemia in corso nel mondo, ma se non sbaglio non è per la presenza di questo tema che il libro è stato ripubblicato…
Esatto. Sono molto grato ad Intermezzi che è il primo editore che ha pubblicato La carne, perché è un editore molto piccolo, senza una grande distribuzione; però probabilmente sono più le copie che ha dato in giro a persone che lavoravano nell’editoria di quelle che hanno effettivamente venduto. Lo hanno promosso moltissimo, e quindi il libro per un po’ di anni è stato molto cercato ma non trovato da parecchie persone, perché se ne parlava, ed è un libro che mi ha fatto fare un piccolo salto avanti nel mondo editoriale. Tra le persone che l’avevano letto c’era lo staff di Neo., anche perché all’epoca loro avevano lo stand al Salone del libro proprio insieme ad Intermezzi. E quindi anni dopo proprio durante un Salone del libro, il penultimo prima del Covid, ci incontrammo lì con Neo. e mi proposero di ristampare La carne, un libro che a loro era sempre piaciuto. Io naturalmente sono stato molto contento, e le cose sono andate molto bene anche con Intermezzi, perché anche loro sono stati contenti che il libro potesse avere una seconda vita. Quindi nelle nostre teste il Covid non poteva esserci perché è stato pubblicato prima. Anzi, all’inizio ho vissuto la cosa un po’ come un problema, nel senso che doveva uscire in pieno Covid. Non avevo pensato neanche che potesse essere un libro che lo anticipava, anche se rileggendo le recensioni o qualche passo del libro bisogna dire che l’atmosfera c’è.

Una delle cose che mi hanno un po’ stregato del libro è il fatto che è ricco, anzi ricchissimo di temi, e che è come un romanzo sempre in costruzione, ma qual è stato l’inizio de La carne? L’idea che più di tutte ha dato inizio alla storia che racconti…
Questo è un romanzo molto antico, per quanto mi riguarda. Nel senso che come spesso accade, le idee di questo romanzo erano idee distaccate tra loro, erano idee per vari romanzi, però poi come è naturale nel momento in cui si riflette su qualcosa in un determinato periodo, ci si rende conto che confluiscono tutte nello stesso ragionamento. Quindi c’era l’idea della collezione, c’era l’idea del pitone (che risale a una vecchia leggenda metropolitana di quando andavo alle elementari), ma poi è successo che ho letto Io sono leggenda di Matheson. È un libro che mi ha preso moltissimo, secondo me bellissimo, forse anche un po’ sottovalutato e un po’ rovinato dai tre film che ne sono stati tratti, che c’entrano veramente poco con il libro. Insomma, mi è venuto in mente che la mia idea dei sosia, in qualche modo ribaltava il concetto di quel romanzo, in cui c’è l’ultimo uomo come ultimo esemplare degli esseri umani sulla Terra. E infatti il nome del file su cui ho cominciato a scrivere era Io sono la gente, perché l’idea era di questo personaggio che pensava di essere tutti invece che uno solo. Quindi questa è stata l’idea originaria. Poi, e parliamo di un periodo in cui non avevo ancora pubblicato niente, mi capitò di trovare online un concorso per racconti horror. Non avevo mai scritto horror e a dire la verità non amo molto i concorsi, però questo concorso era simpatico perché si partecipava gratuitamente, cioè mandando semplicemente il racconto via mail senza troppa burocrazia, e in premio c’erano dei libri. E quindi siccome si poteva scrivere di vampiri, zombie o i vari argomenti dell’horror, ho pensato di scrivere sugli zombie. Ma nel momento in cui ho cominciato a pensare a un racconto di zombie mi sono chiesto: “Ma se gli zombie ci fossero veramente, cosa faccio? Prendo un fucile e mi metto a sparare in faccia agli zombie? No”. Così come non lo farebbe nessuno delle persone che conosco. Anzi, probabilmente la società li riassorbirebbe in qualche modo. E lì mi è venuta in mente l’immagine degli zombie in fila per prendere il pezzo di carne. Solo che mi sono reso subito conto che era un’immagine troppo forte per un racconto. Voleva qualcosa in più. Quindi poi ho scritto un altro racconto sugli zombie per il concorso. Ma piano piano ha preso forma, a partire da questa fila di zombie che attendono il pezzo di carne, si è unita l’idea del pitone, l’idea dei sosia, e quindi è venuto fuori un personaggio che è il vecchio. Da lì ho cominciato a scrivere, come sempre mi succede, quasi come se fossi un lettore, quindi cercare di capire anche io cosa sarebbe successo. Senza avere tutto già in testa.

E quindi è così che sei arrivato al genere horror. Cioè, nel libro ci sono gli zombie, ma ci si rende conto presto che effettivamente non è un romanzo di genere…
Io credo che quando uno scrive non ha bene in mente il percorso. A meno che uno non stia facendo un’operazione puramente, strettamente intellettuale, strettamente legata magari a un manifesto letterario o un movimento, uno scrive perché scrive. Nel senso, scrive perché vuole raccontare delle cose. Non si ha bene in mente il percorso che sta facendo all’interno dei propri libri e dei propri racconti. Adesso che ne ho pubblicati sei però, comincio ad intravederlo, ed è sempre pericoloso perché poi magari ti lega, ti costringe a lavorare in un certo modo. Quindi preferirei non saperlo. Però in qualche modo è come se fossi portato naturalmente alla destrutturazione dei generi. Perché poi alla fine, quasi tutti i miei libri, anzi direi tutti, sono dei libri di genere ma all’interno di quel genere sono strani, cioè fuori dallo stereotipo del genere. Quando ho scritto La carne ero totalmente inconsapevole di queste cose, perché è il secondo romanzo che ho scritto, anche se il primo era piuttosto un racconto lungo. E poi ero molto influenzato da alcuni autori, come Vonnegut, dal quale cercavo di fuggire perché non volevo assomigliargli. E poi è un romanzo fortemente influenzato da letture che non sono letterarie, come ad esempio Hofstadter con Godel Escher e Bach, o Anelli nell’io. Quindi non mi interessava farne un discorso intellettuale sul genere per destrutturarlo consapevolmente. Stavo scrivendo una cosa che mi piaceva, o una cosa che mi sarebbe piaciuto leggere. Quindi sì, mi rendo conto che ho scritto un horror di zombie che non assomiglia a un altro horror di zombie, insomma che va fuori dagli schemi classici della storia classica degli zombie. Questa cosa poi, quando molti anni dopo il libro è stato pubblicato per la prima volta mi ha un po’ spaventato. Nel senso che temevo le recensioni negative degli appassionati e dei siti specializzati nell’horror. Invece poi è stato il contrario, forse proprio questi motivi. A questo proposito ricordo ad esempio le recensioni a un libro bellissimo di Coover che si chiama Sculacciando la cameriera, è un libro straordinario, in cui c’è un racconto erotico spanking, però in realtà è una metafora del lavoro dello scrittore con la scrittura. Lui pretende la perfezione dalla cameriera, ma lei sbaglia tutte le volte, e tutte le volte lui è costretto a sculacciarla, ma in realtà sta parlando del suo lavoro di scrittore. Mi ricordo le recensioni sui siti di appassionati di spanking (perché esistono), che dicevano “Vabbè ma le scene di spanking sono un po’ mosce”.

Senza tentare di definire ora quale sia la visione del mondo che emerge dal libro, in che modo questa coincide con la tua visione del mondo da un punto di vista filosofico, morale o anche estetico?
Allora, sicuramente c’è ne La carne una mia visione del mondo, ma è una mia visione del mondo che risale ad almeno dodici anni fa, quando cioè ho scritto il romanzo. In parte corrisponde a quella attuale, in parte, anche per gli eventi che ci hanno sommerso recentemente, non più. Diciamo che io credo che stessi dando voce a una difficoltà generazionale. Cioè, questo mondo immobile, che non cambia, ovviamente non è il nostro, perché il nostro in realtà cambia, ed è cambiato pure tantissimo. Perché ad esempio, io che ho 45 anni ho visto come l’arrivo di internet ci abbia costretto a una nuova infanzia. Nel senso che quando sei bambino impari le regole della comunicazione, come si comunica con l’esterno: si impara a parlare, a usare la tecnologia che hai in mano per parlare, per scrivere, impari a usare e contare i soldi. E io che sono del ‘76, verso il 1995, ma anche intorno al 2000, non solo ho dovuto reimparare le regole della comunicazione, ma ho dovuto cambiare la moneta, e ho dovuto farlo, a differenza di quando ero bambino, completamente da solo, anzi, dovendolo pure spiegare ai miei genitori. In più, chi è cresciuto negli anni ‘80 ha ricevuto, da nessuno in particolare ma dall’epoca, una serie di promesse che non sono state mantenute. Ad esempio, io vivo in una casa dove non c’è l’ascensore, e invece io mi immaginavo che avrei vissuto in una casa completamente automatizzata, che mi avrebbe preparato il pranzo e la cena. Oppure, io guadagno molto meno rispetto a quanto guadagnavano i miei genitori, pur facendo un lavoro dello stesso livello. Quindi, la visione del mondo che viene fuori da quel romanzo è piuttosto pessimistica, cioè quasi di arresa. Arresa di fronte all’impossibilità di avere quello che ti era stato promesso. Era una visione del mondo che avevo molto in quel periodo. Ora credo di averne una un po’ più complessa, nonostante quest'ultimo anno e mezzo sia stato devastante. Io credo fermamente che questo che stiamo vivendo in questo momento, sia il vero funerale del Novecento, e adesso inizierà qualcosa di nuovo, che potrebbe essere peggio o meglio, non saprei. Però da ora si ragionerà in un altro modo. Anche dal punto di vista artistico. Abbiamo fatto questo funerale durato venti anni al Novecento, e ora non so cosa succederà. Per il momento siamo in un presente continuo, senza passato né futuro. Perché quello che c’era in realtà, cioè, che continuiamo a dire “Speriamo di tornare alla normalità”, ma la normalità non è che fosse un granché. Quindi staremo a vedere. Sì, c’è una visione del mondo nel libro, ma diciamo che c’è più una visione, in generale.

Paolo Lunare e il narratore de La carne hanno in comune una sorta di marginalità. Pensi che sia una qualche forma di marginalità a dare a questi personaggi un potere speciale di osservatori della realtà?
Io credo che i protagonisti delle storie debbano avere una visione speciale per essere interessanti, credo molto nel conflitto all’interno del personaggio. Quando si dice che in un romanzo ci deve essere il conflitto per far partire la storia, io credo che più conflitti ci sono all’interno dei vari personaggi e meglio è. Perché poi forse questo rappresenta in maniera abbastanza fedele la nostra epoca. Siamo in un’epoca fortemente individualista in cui addirittura viviamo per la messa in scena del nostro ego, per la messa in scena dell'individuo, lo facciamo quotidianamente per la maggior parte della giornata. E quindi ci mostriamo sempre come persone complete o più incomplete di quello che siamo a seconda di come ci convenga per la messa in scena. Ma in realtà quello di cui parlo in La carne quando parlo dell’intelletto pubblico, di Averroè, era qualcosa che sentivo molto mio, e che sento ancora oggi, nel senso che noi crediamo di essere importanti come individui, mentre in realtà siamo sciame. È anche per questo che sono molto perplesso di fronte al proliferare di romanzi di autofiction in cui l’autore racconta la propria vita. Ovviamente è un genere letterario che ha dei punti altissimi nella storia della letteratura, e anche nella contemporaneità. Io ad esempio adoro Annie Ernaux, che fa oggettivamente auto fiction, ma sempre in un modo molto particolare. Il modo in cui l’ha fatto Walter Siti in Italia è stato forse l’inizio di tutto, almeno per la contemporaneità, però in fondo mi piace di più il modo in cui lo fa Dante. Sì, l’autore racconta pure i fatti suoi, ma trova un marchingegno per raccontarlo. Anche perché comunque l’equivoco dell’autofiction, secondo me, è che sia un modo di raccontare la realtà. Quando in verità è comunque come mettere la propria vita in una forma, quindi alla fine stiamo parlando di un romanzo. Quindi, per tornare ai personaggi, è una cosa che mi viene quasi naturale, come mi viene naturale inserire quasi sempre i personaggi in una situazione chiusa, non aperta al resto del mondo. In case o città molto piccole. Penso che questo derivi dal fatto che sono sostanzialmente nato a teatro. Mio padre era un attore pirandelliano, quindi da quando sono neonato sono stato a teatro, quindi il meccanismo di scrittura che ho è quello della messa in scena teatrale.

Da cosa pensi che dipenda questa presenza sempre più massiccia dell’auto fiction?
Quello che ho notato facendo il libraio da 18 anni, è che man mano che la questione fake news diventava importante anche tra la gente comune e man mano che non ci si fidava più dei giornali, del telegiornale e di internet, molti cercano nel libro la verità, e quindi sono sempre di più le persone che mi chiedono libri su argomenti molto specifici perché pensano che quello che è scritto nel libro è per forza di cose vero. Il che ovviamente è falso, non puoi saperlo, dipende da tante cose. Quindi c’è una richiesta di verità che viene fatta al libro, l’equivoco dov’è? È che la verità non esiste. Non ci può essere il vero, ma solo il plausibile. Quindi probabilmente una storia di ambientazione fantastica può portarti delle verità che invece una narrazione di cronaca puntuale e ricca di particolari non riesce a portare.

Ne La carne come ci dicevi ci sono molti riferimenti, ma anche citazioni dirette, ad autori internazionali come Hofstadter, Vonnegut, Edwin Abbott col suo celebre Flatlandia… Mi domandavo se c’è anche qualche italiano, oltre a Pirandello, che ha influito sul tuo modo di vedere il mondo e poi anche sul tuo modo di scrivere…
Per me c’è la trinità, in cui ci sono Pirandello, Landolfi e Buzzati. Dino Buzzati è molto importante, anche se l’approfondimento di Buzzati per me è venuto dopo aver scritto La carne, lo avevo letto certamente, ma poi l’ho ripreso, e ora, in questo momento storico preciso c’è Elsa Morante che per me è una scrittrice gigantesca, di cui non si parla più di tanto, si dà a scuola magari. Certo, La storia o Menzogna e sortilegio non sono libri facili, ma per me sono al livello di Dostoevskij. Poi ci sono i miei riferimenti antichi che sono Kurt Vonnegut, John Barth, che ho amato molto, forse più del suo figlio putativo David Foster Wallace.

A volte il tuo stile si fa in qualche modo indeterminato, o come hai detto tu privo di troppi collegamenti col resto del mondo, sembra quasi ispirato da una letteratura per l’infanzia. C’è un rapporto tra la tua scrittura e la letteratura per l’infanzia?
Allora, io da bambino ho letto moltissimo. Ero uno di quei bambini che mangiano i libri, anche semplicemente per il fatto che vivevo in una casa strapiena di libri. Quindi sì, ho letto parecchia letteratura per l’infanzia nel momento giusto. Ma anche da grande ho letto un po’ di letteratura per l’infanzia, soprattutto Roald Dahl, e ora ho una figlia di cinque anni, quindi chiaramente le leggo qualche libro, ma mi piacerebbe anche scrivere qualcosa per l’infanzia, credo che sia tra i generi più difficili in assoluto. Poi certo, bisogna anche capire cosa vuol dire letteratura per l’infanzia, perché alcune cose come ad esempio La storia infinita, che ho letto da ragazzino, non so se lo considererei letteratura per l’infanzia. Sono anche sicuro che se leggessi a mia figlia un racconto di Buzzati se lo godrebbe tranquillamente, Il segreto del bosco vecchio per esempio sarebbe un libro per l’infanzia, ma contemporaneamente è un grande capolavoro.

Cito dal tuo libro: “Sembra che non ci sia più niente da raccontare, che non ci sia più nessuno a cui interessi vedere e ascoltare”. È uno dei tanti passaggi in cui si delinea il tema del disinteresse. Come mai hai inserito questo tema nel romanzo?
Quella frase era molto mia in quel periodo storico. Nel senso che sentivo intorno a me un completo disinteresse rispetto… alle cose. Rispetto alla bellezza possibile delle cose. Sentivo che molte cose per cui ci affanniamo interessano solo noi, non interessano a nessun altro. In parte è cambiato questo mio approccio, forse all’epoca era condizionato da eventi particolari del momento che stavo vivendo. Però esiste questo problema. Quando ho scritto questo romanzo (tra il 2009 e il 2010) i social non erano così invasivi nella nostra vita. Controllavi Facebook quando accendevi il computer, e non avevi un cellulare sempre collegato a internet. Questo rendeva le cose molto diverse, nel senso che oggi i social sono veramente dentro la nostra vita ed esiste quindi una illusione dell’interesse altrui. Sembra che la gente si interessi di un sacco di cose, però se vai a guardare bene, anche quando parliamo di un libro che abbiamo letto, stiamo comunque sempre parlando del fatto che noi abbiamo letto quel libro. Quindi forse la questione è cambiata di più nella sostanza che nella forma. Ora però, può darsi che l’esser stati per un anno e mezzo senza la possibilità di andare al cinema, a teatro, confrontarsi nel mondo reale con le cose potrebbe accendere un nuovo entusiasmo nel momento in cui si potrà tornare a fare queste cose. Detto questo, io che non sono un appassionato di calcio, quando sento la gente disquisire animatamente di calcio mi piacerebbe capire cosa ci sia dietro, perché questo non succede neanche a me quando parlo di libri con i miei amici. Era qualcosa che magari mi succedeva a diciassette anni. Ma ora siamo così tanto abituati a discutere di queste cose sui social che semplicemente si scrive quello che si pensa e c’è qualcuno che dice “Sei un cretino” tu rispondi “Anche tu” e finisce là.

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