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Intervista a Katerina Poladjan

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Katerina Poladjan è nata a Mosca da genitori di origini armene. È cresciuta fra Roma e Vienna, per stabilirsi infine in Germania dove si forma come attrice (per i film di Fatih Akin, fra gli altri) e come scrittrice. Ci sentiamo in occasione dell’uscita italiana della sua quarta fatica letteraria dopo tre romanzi ancora non tradotti in italiano. Il romanzo, pubblicato da SEM, ci porta nel cuore dell’Armenia contemporanea, stretta fra un presente scomodo e un passato da restaurare. Le domande sono in inglese, ma Katarina risponde in un eccellente italiano. La foto è di Christine Fenzl.




La professione di Helene, la protagonista del tuo libro - una restauratrice di libri come spiega il titolo italiano - chiaramente non è casuale. Durante il secolo scorso, per gli Armeni, i concetti di storia e memoria sono in qualche modo malconci, necessitano di cure e restauri. Alcune pagine della loro storia sono state violentemente strappate, rovinate. Dove hai trovato l’ispirazione per questa metafora e che tipo di prospettiva ti ha aperto sul passato?
Durante il mio primo viaggio di ricerca in Armenia, ho visitato il Museo dei manoscritti antichi di Yerevan. Lì ho potuto dare un'occhiata ai laboratori di restauro di libri, e sono stata subito affascinata dalla maestria, dall'atmosfera di cura, silenzio e profondità con cui ci si dedica ai libri antichi. Durante il mio secondo soggiorno in Armenia, mi è stato permesso di passare un'intera settimana in questi laboratori e ho potuto osservare i restauratori mentre rendevano i testi di nuovo leggibili, strato dopo strato. Questo processo mi è sembrato una meravigliosa metafora per un rapporto con la storia, e mi ha ricordato il mio sforzo di tirare fuori delle storie dall'infinità della Storia. Volendo dare alla protagonista del mio romanzo questo compito, Helene è diventata una restauratrice di libri. Quando lavora sulla vecchia Bibbia, non si limita a restaurare l'oggetto, ma scopre e fa emergere gli strati storici. Fa rivivere l'oggetto e rende leggibile la storia del libro. Ogni mano che ha toccato il libro ha anche continuato a scrivere la storia che si trova nelle macchie di grasso sulla carta, la saliva usata per girare le pagine, o le annotazioni a margine. Proprio come una restauratrice di libri si avvicina alle ferite di un libro, con cura e delicatezza, così ho cercato di scrivere la mia storia.

La biografia e le origini di Helene sembrano una trasfigurazione romanzesca della tua biografia. Non mi azzarderò a chiederti quanto ci sia di reale e quanto di finzione, ma ti chiederei piuttosto se per scrivere questa storia ti sei dovuta preparare un po’ come per entrare nel personaggio di un film, oppure qualcosa di molto differente…
Come la mia protagonista, anch'io porto il mio cognome come un vecchio cappello che non tolgo nemmeno per mangiare. Il confronto con la mia “identità” armena è iniziato molto presto. Ho vissuto a Mosca per i primi anni della mia vita, quindi sono stata cresciuta secondo i modelli sociali sovietici, ma la questione della mia parte armena, da parte di mio padre, è sempre stata una forza trainante. A un certo punto mio padre mi disse che non aveva mai chiesto nulla a suo padre, che era sopravvissuto al genocidio. Forse aveva paura della risposta che mio nonno gli avrebbe dato. Forse aveva anche paura del silenzio. Non lo so. Forse con il mio romanzo ho fatto le domande che mio padre non ha mai fatto a suo padre. È interessante perché il romanzo è uscito due anni fa e le domande non si fermano.

Il tuo La restauratrice di libri propone un sottile intreccio di passato e presente. Generalmente, quando pensiamo agli armeni facciamo riferimento al genocidio e magari conosciamo qualche nome famoso della diaspora. Ma conosciamo poco dell’Armenia attuale. Come è stato per te viverci? Che paese hai trovato?
Sono stata in Armenia prima della cosiddetta Rivoluzione di velluto. Anche prima dei recenti orribili eventi in Nagorno-Karabakh. Sono stati eventi drammatici che hanno cambiato il paese. È doloroso vedere come questo piccolo paese lotti, con quanta energia luminosa ha avuto luogo la rivoluzione, quanta speranza si poteva leggere nei volti e quanto è triste e rassegnato ora dopo la guerra del Karabakh. È doloroso vedere quanto poco sostegno abbia ricevuto, e quali sono i veri interessi. Ma quando sono stata lì, nel 2015, il mondo era un posto diverso, anche se sembra strano perché era solo pochi anni fa. Ho percepito il velo post-socialista in Armenia. C’era una spaccatura tra la vecchia generazione e la generazione più giovane. I giovani che ho incontrato erano pieni di energia e di fiducia. Non avevano voglia di indulgere nel vittimismo del genocidio, ma di guardare avanti. Sono rimasta colpita molto positivamente da questo atteggiamento. Come sia ora, non lo so. Il passato ha cinicamente raggiunto questo Paese. Il mio romanzo sarà pubblicato in armeno in autunno e allora ci ritornerò.

L’editore italiano ha scelto di proporre un titolo diverso da quello originale del libro. Il titolo originale si traduce con l’espressione latina “Hic sunt leones”, che sulle mappe antiche indicava le zone ancora inesplorate. Dove sono le terre non mappabili, dove sono i leoni? Nel passato? Dentro di noi? Nel confronto con gli altri?
La mia meravigliosa traduttrice Emila Benghi mi ha scritto che molte persone in Italia che non avrebbero capito l’espressione “Hic sunt Leones”. Questo mi ha un po´ sorpreso. Non so se questo sia stato il motivo per cambiare il titolo. Ma mi piace anche il nuovo titolo, che mette più in risalto Helene, la restauratrice di libri. Dove sono i leoni, credo che ognuno debba decidere da solo. Anche se ci sono leoni onnipresenti. Se la letteratura abbia il potere di colmare le lacune, non lo so, ma lo spero. Prima di tutto, la letteratura dovrebbe aprire degli spazi. Questa apertura può risultare inquietante, irritante, ma anche tenera e familiare. Comunque, i leoni hanno un ruolo importante nella storia culturale armena. Quando, sotto il re Tiridate, un uomo di nome Gregorio andò in giro a divulgare il cristianesimo, come punizione fu gettato a dei leoni affamati. I leoni però non lo mangiarono, ma lo lasciarono vivere. Questo era il segno che Gregorio era stato mandato da Dio. Gregorio divenne Gregorio l'Illuminatore e in Armenia il cristianesimo divenne religione di stato. Troviamo i leoni anche sulla bandiera armena. Ah, quanto potrei scrivere ancora sui leoni e le macchie bianche sulla nostra mappa...

Negli ultimi anni ci sono stati diversi romanzi di successo sul tema del genocidio armeno e della sua eredità. Penso, ad esempio, ai libri di Varujan Vosganian, di Antonia Arslan o Elif Shafak. Ci sono stati anche film importanti come La masseria delle allodole dei fratelli Taviani oppure The Cut – Il padre di Fatih Akin, in cui tu stessa hai recitato. Quali sono state al riguardo le tue fonti ispiratrici?
Non mi lascio mai ispirare da libri o film. Quando scrivo, cerco di non leggere romanzi o guardare film sul mio argomento. Mi distrarrebbe. Traggo molta ispirazione dalle arti visive. Da dipinti, installazioni. E naturalmente ho letto testimonianze di uomini e donne armeni. Ho parlato con delle persone in Armenia, in Turchia e ho fatto ricerche in Libano. Dove molti armeni si sono rifugiati dopo il genocidio. Era mia intenzione raccontare uno dei grandi crimini dell'umanità senza soccombere all'impulso molto diffuso di polarizzare, senza cedere alle immagini di orrore che abbastanza spesso mi hanno tolto il respiro durante la ricerca. Ero e sono spinta dalla domanda sul perché le persone si fanno violenza a vicenda, si sono sempre fatte violenza. E come molte altre persone spero sempre che ricordare la violenza possa diminuire o addirittura prevenire la violenza nel presente e nel futuro. Il pensiero e il sentire umano è, dopo tutto, basato sulla capacità di ricordare. Non possiamo non ricordare, possiamo solo negare o dimenticare. Il ricordo può avere un effetto negativo, anche traumatico, e portare a una sete di vendetta e punizione. Il ricordare in silenzio era più importante per me delle forti grida di accusa, dolore e rabbia. E se con questo libro sono riuscita ad aprire una piccola finestra del ricordo, sono felice.

Se non sbaglio, buona parte di questo libro è stata scritta a Istanbul. Com’è pensare la questione armena da Istanbul? Cosa puoi dirci riguardo a questi due modi contrastanti di guardare al passato? L’Ararat è davvero una vetta così insormontabile a dividere questi due Paesi?
La prima traduzione del romanzo è stata in turco. Questo mi ha reso molto felice. La mia coraggiosa editrice si era molto impegnata, e il romanzo è stato in classifica per settimane. C'è molto interesse per questo argomento in Turchia. Il che non è sorprendente. Come molti paesi, la Turchia è profondamente divisa. È stato molto importante per me lavorare a questo romanzo in Turchia. Durante il mio soggiorno di otto mesi all'Accademia Culturale Tarabya, che è un po’ come Villa Massimo a Roma, il Goethe-Institut mi ha dato la possibilità di andare a Ordu, dove è nato mio nonno. Lì ho potuto vedere con i miei occhi un luogo della trama del romanzo, percepirne l'atmosfera. È stato un viaggio indimenticabile con molti incontri che sono entrati in forma romanzata nel mio libro. Un altro viaggio di ricerca mi ha portato a Kars, la città da cui veniva mia nonna. Sono andata in un villaggio che si trova proprio al confine con l'Armenia. Molte impressioni di questo viaggio si riflettono anche nel romanzo. Entrambi i viaggi risuonano ancora oggi dentro di me. Era come se anche io avessi trovato parti di me stessa attraverso questi luoghi. Credo che con ogni ricerca si impari qualcosa su se stessi, perché ogni cosa nuova che si sperimenta provoca anche domande - a condizione che si affronti il nuovo con una mente e uno sguardo aperti. Certo, il monte Ararat è un simbolo di divisione. Si staglia massicciamente tra i paesi e non può essere spostato (oggi non si può nemmeno salire). Non c'è dialogo, anche se c'è interesse da entrambe le parti per questo dialogo. Ma è complicato. E in questo momento, purtroppo, non si vedono segni di cambiamento.

Non abbiamo ancora avuto il piacere di leggere i tuoi precedenti romanzi in italiano. Ma, guardando semplicemente ai titoli, sembra che ci sia una fascinazione geografica a guidarti, un’attrazione verso i luoghi: l’Altrove, la Siberia, Marsiglia. È così?
Sì, hai ragione. Mi sento una persona perseguitata. Sono una persona molto ansiosa. Cerco la fuga dalla mia testa, dalla mia bolla. Cerco disperatamente un´altra prospettiva e con il tempo diventa sempre più forte il desiderio di girare il mondo. È rassicurante per me che ci siano così tanti mondi diversi fuori dal mio orizzonte. Allo stesso tempo, non potendo sfuggire a me stessa, giro sempre intorno alle stesse domande attraverso i personaggi dei miei libri.

I LIBRI DI KATERINA POLADJAN