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Strage di piazza Fontana, tutti i libri

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Il 12 dicembre 1969 è un venerdì. E il venerdì è un giorno speciale alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, a Milano. Innanzitutto perché “c’è il mercato che riunisce allevatori, agricoltori e commercianti di mangime di tutta la provincia” e poi perché è quasi Natale. La banca quindi quel pomeriggio è aperta anche di pomeriggio ed è piena di gente, è “una specie di Borsa di scambio” per gli addetti ai lavori dell’agricoltura. C’è persino un bambino di dieci anni, Enrico Pizzamiglio, che accompagna la sorella maggiore Patrizia, mandata dai genitori a pagare una cambiale mentre loro fanno altre commissioni. I clienti sono nella grande sala circolare che tutti chiamano “la rotonda”, in coda agli sportelli o attorno a un gigantesco tavolo ottagonale di legno. Tra loro c’è anche un uomo, uno come tanti, che mette la sua borsa nera di pelle Mosbach & Grüber sotto il tavolo e poi dopo qualche minuto — senza che nessuno faccia caso a lui — se ne va. Ma la borsa la lascia sotto il tavolo. Qualcuno dice che si sente puzza di bruciato, è un attimo: una violenta esplosione spazza “la rotonda” scatenando l’inferno. Alcuni passanti che hanno assistito allo scoppio della bomba dalla piazza si precipitano nella banca per aiutare e trovano una scena da guerra: “un gran buco, macerie e resti di corpi, confusi nella polvere che offusca la vista”, “(…) cadaveri da tutte le parti, (…) un signore senza le gambe che chiede aiuto, lamenti, lamenti indimenticabili, persone anziane che chiedono aiuto alla mamma”. Alla fine si contano diciassette morti e ottantasei feriti, molti rimarranno gravemente mutilati per tutta la vita. A causare quel massacro sette chilogrammi di gelignite compressi in una scatola di metallo assieme a un detonatore, tutto nascosto nella borsa nera poggiata sotto al tavolo.




Ma c’è qualcosa di ancora più inquietante. Dieci minuti prima che la bomba esplodesse nella filiale della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, nella Banca commerciale di piazza della Scala, sempre a Milano, è stata ritrovata una borsa nera di pelle Mosbach & Grüber esattamente uguale, anch’essa imbottita di esplosivo. E a Roma, poco più tardi, esplodono altre tre bombe: la prima all’interno della Banca nazionale del lavoro di via Veneto, che in quel momento per fortuna è chiusa al pubblico, la seconda sull’Altare della Patria, vicino al sacrario del Milite ignoto, la terza sui gradini che portano al Museo del Risorgimento, alle pendici del Campidoglio. Cinque bombe, tutte nel pomeriggio di quel venerdì 12 dicembre 1969. Non può essere un caso. C’è qualcosa dietro. Qualcosa di grosso, qualcosa di brutto. Qualcosa che fa paura… Perché quella di Piazza Fontana è considerata «la madre di tutte le stragi», il «primo e più dirompente atto terroristico dal dopoguerra», «l’inizio del periodo passato alla storia come anni di piombo». Per tanti aspetti anzi si può parlare di una storia d’Italia prima e dopo piazza Fontana. La strage della Banca dell’Agricoltura infatti inaugura la strategia della tensione, con parti dello Stato che cospirano l’una contro l’altra, ingerenze straniere, complotti, progetti eversivi di varia natura e la democrazia in grave pericolo per più di un decennio.

Esiste naturalmente una pubblicistica sterminata sulla strage di Piazza Fontana, sulla tormentata e oscura vicenda giudiziaria legata ad essa e sull’analisi politica dei fatti. Saggi, dunque, ma anche narrativa e fumetti non potevano non fare i conti con un evento così misterioso e decisivo della nostra storia contemporanea (qui tutti i libri su Piazza Fontana). “Io lo so. Noi sappiamo. Basta con la retorica dei ‘misteri d’Italia’. Abbiamo indizi e anche prove che ci dicono chi mise le bombe”. Parte così Gianni Barbacetto nel suo Piazza Fontana, non accetta scusanti, infingimenti, espressioni edulcorate. Non fa sconti a nessuno. Non usa mezze parole, parla di depistaggi, protezioni, coperture. Indica responsabili. Di raccontare i fatti nudi e crudi ci pensa Carlo Lucarelli nel suo libro dallo stesso titolo che è sostanzialmente la trascrizione della puntata del programma televisivo “Blu Notte” dedicata a questo tragico fatto di cronaca. Enrico Deaglio, giornalista e scrittore, all’epoca della strage di piazza Fontana era uno studente di medicina. Con la bomba ci è “cresciuto”, “L’ho respirata per cinquant’anni”, scrive. A questa tragedia dedica un saggio accurato e tagliente, dalla potenza narrativa di un romanzo, La bomba. A raccontare minuto per minuto quel giorno fatidico è anche Mirco Dondi nel suo 12 dicembre 1969, pubblicato da Laterza in una collana dedicata a date essenziali della Storia del nostro Paese. Nel volume antologico Dopo le bombe invece diverse generazioni di storici si incontrano e offrono il loro punto di vista sulla strage di Piazza Fontana, su come abbia cambiato l’andamento dei fatti del nostro Paese, su come sia stata raccontata. Il risultato è una raccolta di saggi, un testo forse più tecnico che divulgativo, pieno di sfaccettature, ma che stimola indubbiamente la riflessione su aspetti non ancora sviscerati del tutto.

Ma qual è il background della strage? Cosa è successo PRIMA? Lo storico Davide Conti dipinge nel suo L’Italia di piazza Fontana un affresco del nostro Paese alla vigilia di quel fatto storico devastante. Obiettivo del volume è rispondere a queste domande, citate espressamente nell’introduzione: “Quali furono le condizioni storico-politiche ed economico-sociali che resero possibile il verificarsi di simili eventi? Quale fu il contesto nazionale e internazionale entro cui essi si collocarono?”. Impedibile anche Prima di piazza Fontana, in cui Paolo Morando, vice-caporedattore de “il Trentino”, affronta in un certo senso quello che può considerarsi l’antefatto della bomba del 12 dicembre 1969, che l’autore chiama “la prova generale”. La ricostruzione del giornalista si concentra infatti su altre bombe, quelle del 25 aprile di quello stesso anno, attentati terroristici che coinvolsero sempre la città di Milano, ne approfondisce le indagini e la vicenda processuale, fa emergere il ruolo di questi episodi nell’ambito poi di ciò che seguì a piazza Fontana.

E cosa è successo invece DOPO la strage? Ci sono molti libri che ripercorrono le indagini e i processi. Nel loro La maledizione di piazza Fontana Guido Salvini, giudice istruttore a Milano, con il giornalista Andrea Sceresini raccontano gli ostacoli che hanno impedito la scoperta della verità: “ogniqualvolta un risultato sta per essere raggiunto, ecco che sfugge di mano. Un evento si interpone a impedire la solidificazione della verità, non la fa svanire ma la allontana, la lascia visibile ma imprendibile come l’orizzonte. Imputati sono colpiti da gravi malattie; testimoni muoiono poco prima di essere sentiti o diventano inafferrabili; documenti decisivi di cui è emersa l’esistenza e l’importanza risultano distrutti, spesso da poco tempo; viene affiancato al collegio inquirente un collega inesperto che paralizza ogni progresso delle indagini; o un collega che per invidia, o per proteggere le sue ambizioni politiche, invece di collaborare apre indagini su chi sta indagando”. E ancora, “nuove prove, come una beffa, emergono quando il processo milanese è ormai concluso”. La strage degli innocenti di Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin invece è, nelle parole degli stessi autori, “(...) il racconto di come alcuni degli uomini più feroci del terrorismo italiano siano sfuggiti alla giustizia. Di come il loro disegno sia stato smascherato e sia fallito, almeno nelle parti estreme – il golpe, l’instaurazione di un regime autoritario –, senza però che quasi nessuno, chi l’ha ideato, esecutori di stragi fra le peggiori della nostra storia, abbia dovuto risponderne”. Una rigorosa della contorta vicenda giudiziaria la si trova in Piazza Fontana - Il processo impossibile di Benedetta Tobagi, mentre a tracciare una sorta di bilancio sull’iter processuale è Antonella Beccaria nel suo Piazza Fontana - I colpevoli. Questa lufficialità. Ma i retroscena? I segreti? Da non perdere Piazza Fontana - Noi sapevamo, lunga e sconvolgente intervista al generale in pensione Gian Adelio Maletti, che dal 1971 al 1975 ha guidato l'ufficio controspionaggio del SID, è stato condannato a 4 anni di carcere nel 1979 per aver fatto fuggire all’estero due esponenti neofascisti implicati nella strage di Piazza Fontana e nel 1994 a ben 13 anni di reclusione per la sottrazione di un dossier: ma già nel 1980 - vista la mala parata - era fuggito in Sudafrica. Nel 1997 è stato interrogato da dodici parlamentari della Commissione Stragi in loco ma ha svelato ben poco trincerandosi dietro una raffica di "Non ricordo" e "No comment". Nel 2001, dopo aver ottenuto un salvacondotto e la garanzia di non venire arrestato, ha testimoniato a Milano al quinto processo per Piazza Fontana addossando la responsabilità della strage a gruppi neofascisti armati dalla CIA. Nel 2009, tre giovani giornalisti - Andrea Sceresini, Maria Elena Scandaliato e Nicola Palma - hanno richiesto via e-mail a Maletti una intervista, probabilmente senza sperarci troppo. Inaspettatamente, il vecchio generale reazionario ha risposto loro “È giunta l’ora, forse, di fare un po’ di luce. Ma non del tutto”.

E la fiction? L’emozionante Nero ananas di Valerio Aiolli (che si intuisce di lunga gestazione, multistratificato, sedimentato, limato; che è stato proposto per il Premio Strega 2019 e avrebbe meritato di vincerlo) racconta la nascita degli anni di piombo (la vicenda si dipana tra 1969 e 1973) usando un “lessico famigliare”, guardando quella stagione cupa e disperata dal punto di vista di una famiglia normale e tenera, tentando inoltre di intuire i moti intimi e sentimentali dei personaggi coinvolti nella strategia della tensione più che spiegarci didascalicamente il loro ruolo politico. È la storia delle anime coinvolte, questa, più che la novelization di un’inchiesta. Più di cuore che di testa. Già questo approccio avrebbe garantito ad Aiolli i crismi dell’originalità, ma quello che fa decollare il romanzo è la figura del Pio, Presidente del consiglio modellato sulla figura di Mariano Rumor (i personaggi di Nero ananas sono quasi tutti anonimi o nascosti dietro nomignoli come il Dottore, Falstaff, Zio Otto, il Samurai, il Prete e appunto il Pio, dietro ai quali però si possono facilmente riconoscere i protagonisti di quegli anni). Tormentato (anche sessualmente), opaco, fragile, potente, ontologicamente democristiano. Anche uno dei maggiori giallisti italiani, Piero Colaprico, nel suo Anello di piombo, torna sulla strage di piazza Fontana: attraverso l’ispettore Bagni e la sua indagine, che fa di questo romanzo non solo un buon giallo ma un esempio di letteratura civile impegnata, il lettore viene preso per mano ed invitato a toccare con mano i tanti misteri ancora irrisolti e legati ad uno dei momenti più cupi del nostro passato: gli anni di piombo, la violenza del terrorismo, la strategia della tensione, i morti. Rabbia da orazione civile che percorre anche il magnifico fumetto Piazza Fontana: Francesco Barilli e Matteo Fenoglio hanno affiancato la graphic novel vera e propria a una marea di materiale ‘accessorio’, che rafforza e approfondisce l’effetto epidermico dei disegni e dei balloon. Ecco allora la prefazione di Aldo Giannuli, ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Milano e consulente delle Procure di mezza Italia per le inchieste sulle stragi, i versi tratti da “Patmos”, una delle liriche più struggenti della silloge Trasumanar e organizzar scritta di getto dopo la strage da Pier Paolo Pasolini - tagliati, modificati e integrati con tenera incoscienza dallo sceneggiatore Francesco Barilli – che fanno da contrappunto alla narrazione, quasi come recitati da un coro di tragedia greca, ecco le approfonditissime note alla sceneggiatura che in appendice punto per punto emendano incongruenze, sintesi e semplificazioni inevitabili in una graphic novel alle prese con una vicenda (anche giudiziaria) così articolata e complessa – vicenda ben riassunta in una necessaria cronistoria che va dal 15 aprile 1969 (bomba nello studio del Rettore dell’Università di Padova) al 3 maggio 2005 (sentenza della Cassazione), ecco uno scritto dell’avvocato di parte civile per i familiari delle vittime della strage Federico Sinicato che tenta di individuare una coerenza e trarre una lezione dalle varie sentenze succedutesi negli anni, ecco infine un’intervista a Fortunato Zinni, Francesca e Paolo Dendena, Carlo Arnoldi, il primo funzionario della Banca Nazionale dell’Agricoltura all’epoca dei fatti e ora sindaco di Bresso (MI), gli altri figli di due vittime dell’attentato.