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Due sulla torre

Due sulla torre

Lady Constantine non aveva mai prestato attenzione a quella alta colonna, svettante sulla collina del Wessex e che si notava anche dalla sua abitazione, Welland House, prima di quel giro in landò ad inizio inverno. Sapeva che si trova sul terreno di proprietà di suo marito, edificata nel XVIII secolo (ben 100 anni fa, dunque), ma da lontano non le pareva particolarmente degna di nota. Solo ora si ritrova ad interessarsi della collina, con gli alberi tagliati tutti alla stessa altezza, della torre, di architettura classica, solida, tanto coperta dalla vegetazione in basso, quanto imponente e luminosa in cima. Viviette, non senza esitazione, si avventura al suo interno, salendo i gradini a chiocciola fino alla sommità. Quale sorpresa, trovarvi un giovane uomo, indubbiamente di bell’aspetto, seduto su uno sgabello, mentre osserva la volta celeste con un telescopio! Quello sguardo rapido che intercorre tra Viviette e Swithin St. Cleeve, quelle poche parole scambiate tra una nobildonna sposata, di ventinove anni, abbandonata da un marito-padrone (scomparso chissà dove in Africa), e un giovane ventenne, di origini molto modeste, ambizioso futuro astronomo, sembrano solo sguardi, solo chiacchiere. Chi mai crederebbe a ciò che può innescare un incontro fortuito in cima ad una torre isolata, tra due persone così lontane di età, di estrazione sociale, di ambizioni? Chi mai penserebbe a matrimoni celebrati e naufragati, dubbie gravidanze, proposte inattese, testamenti imprevisti, fortune e sventure così tempestive?...

“Che immensa fatica, la vita, nella contea del Wessex, alla fine dell’Ottocento! Che immensa fatica l’amore! Che immensa fatica il matrimonio!” Le parole di Giorgio Montefoschi nella sua Introduzione condensano precisamente la sensazione che si assorbe durante la lettura di questo romanzo, tipicamente ottocentesco, del ben noto Thomas Hardy. Due sulla torre è la realizzazione di un destino che non solo sembra totalmente inafferrabile e inarrestabile, ma che si abbatte con spietata crudeltà (drammaticamente ironica, a tratti) su due creature colpevoli di nulla, se non di amarsi in circostanze impossibili. Lo scrittore inglese ripropone infatti un classico tòpos letterario, mettendo in scena il sentimento inaccettabile tra un giovane di belle speranze, ma scarsa proprietà, e una donna possidente, oramai matura (!), per di più sposata (sebbene con un buzzurro, che se ne è andato anni fa, a cacciare chissà cosa in Africa). La trama però non è banale, l’intreccio funziona (seppur con qualche fatica nell’avvio), i personaggi restano classicamente caratterizzati, ma perlomeno a tutto tondo, la scrittura scorre tra piacevoli descrizioni d’ambiente e slanci passionali, colpi di scena e rapide anticipazioni. Thomas Hardy stesso riporta che la prima pubblicazione dell’opera, avvenuta nel 1882, ha incontrato aspre critiche per i contenuti ritenuti “sconvenienti”. Ci riprova nel 1895 e Fazi lo ripropone nel 2021. Una riflessione: a distanza di quasi un secolo e mezzo, risulterebbe più “consona” e “socialmente accettabile” una tale vicenda?