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Due tazze di tè a Swinburne Road

Due tazze di tè a Swinburne Road

Oxford, Regno Unito. Appena entra nel piccolo supermercato, Ada sente che c’è qualcosa di diverso, ma le occorre un po’ di tempo per capire di cosa si tratti. Da quando suo marito Michael è morto, ogni cambiamento, ogni allontanamento dalla comfort zone la mette a disagio. In più, una strana sensazione, quella di essere diventata trasparente, la rattrista. Solo quando arriva in fondo al negozio – dove di solito si mette in coda davanti agli snack e si chiede se quel giorno alla cassa troverà Fatima, Kim o Adul – si accorge che delle casse, appunto, non c’è più l’ombra: sono state sostituite da sei marchingegni che sembrano piccoli bancomat. Contengono laser in grado di scannerizzare i codici a barre presenti su ogni confezione: i cassieri umani, in poche parole, sono stati sostituiti dalle macchine. Solo Kim è presente, in piedi davanti all’ultima delle macchine, lo sguardo fisso nel vuoto e la punta di una treccia in bocca. Il suo compito, noiosissimo, è quello di smistare i clienti in difficoltà verso lo scanner giusto. Che cambiamento! E non avere Michael accanto a condividerlo rende la cosa talmente complessa che Ada, all’improvviso, comincia a piangere. Kim se ne accorge. Si toglie le trecce turchesi dalla bocca, la raggiunge e la solleva con delicatezza dal pavimento su cui si è accasciata. Più tardi, in un bar della città, Eliza urla per farsi sentire dalla ragazza che le sta di fronte. Non ricorda il nome del bar, ma ha notato che lì non ci sono prezzi fissi. Il proprietario fissa i clienti, osserva il loro abbigliamento e atteggiamento, ne ascolta l’accento, ne desume lo stato sociale d’appartenenza e decide, di conseguenza, i prezzi dei drink. Dunque, Eliza deve averlo scritto bene in faccia che è una poveretta. Forse la colpa è del suo viso tutto spigoli o della zazzera rosa. Non lo sa con precisione; in ogni caso fino ad ora ha pagato ogni drink due sterline e nulla le è stato chiesto per le olive. Eliza è a Oxford per un dottorato e vive in uno stabile in cui stanno eseguendo lavori di ristrutturazione. Ecco perché è riuscita a strappare un ottimo prezzo per l’affitto. Certo che, con i muratori sui ponteggi all’esterno che lavorano tutto il giorno, polvere in casa se ne accumula parecchia, ma Eliza ha arginato il problema coprendo, ogni mattina, il suo piccolo letto con una tela cerata…

Due diverse età, due vissuti che hanno poco in comune se non una profonda solitudine, due vite segnate dal timore di essere dimenticate e abbandonate. Ada ed Eliza sono due donne a cui la vita ha regalato, specie negli ultimi tempi, poche gioie e parecchi problemi; entrambe temono, inoltre, di non aver più la forza per reagire. Anziana e sola, incapace di adattarsi ai frenetici cambiamenti del mondo che la circonda una; cresciuta in una famiglia guasta e con la perenne sensazione di essere fuori posto l’altra, le due donne incrociano i loro destini e trovano, insieme, nella condivisione e nel donarsi reciprocamente affetto la chiave per dare un nuovo senso alle loro esistenze. Con una prosa estremamente semplice e per questo particolarmente efficace, Leaf Arbuthnot – editor e giornalista inglese in forze alla redazione di “The Times”, dove scrive articoli di argomento letterario, e al suo esordio in qualità di romanziera – racconta la storia di una salvezza doppia, resa possibile da un sentimento di amicizia che nasce piano e si fa sempre più profondo, fino a riempire i vuoti di due anime sole, che comprendono quanto “l’unione fa la forza” sia qualcosa di più di un cliché. Perché è vero che non ci si salva da soli, è sacrosanto che due solitudini possono fare rumore e trasformarsi in amicizia ed è innegabile che un dialogo sincero e profondo tra diverse generazioni non solo è possibile, ma diventa anche arricchente e prezioso. Una lettura scorrevole e a tratti divertente, che sa affrontare temi importanti con delicatezza e senza la pretesa di fornire ogni risposta. Semplicemente, celebra senza clamore le amicizie inaspettate e infonde speranza a chi sente di aver toccato il fondo e ha una disperata necessità di qualcuno che gli tenda la mano e lo aiuti a risalire.