Una siepe che chiude lo sguardo e il poeta che immagina ciò che non può vedere. È da qui che tutto prende avvio. Le parole de L’infinito di Leopardi, senza che ne venga citato l’autore, compaiono in esergo come un documento conservato in una misteriosa “Memoria universale”, subito affiancate da un passo di sapore platonico sul ricordare come forma della conoscenza. Poi la prospettiva cambia: Matt Kowalski, docente di “Geometria e forme dello spazio profondo” e direttore di un progetto chiamato “Memoria universale”, consegna al lettore una strana testimonianza, convinto che al suo interno si nasconda almeno una particella di verità. A mezzogiorno Mario Nazor sale verso un edificio metallico che domina la collina di San Pablo. Lo chiamano “il Razzo”: laboratori, osservatori, aule. Ha invitato Kowalski a pranzo per parlare del fratello Neven, assente da anni ma ancora al centro dei suoi pensieri. Seduti in cima alla torre, tra bistecche dimenticate e posate che girano fra le dita, la conversazione prende una direzione inattesa: Mario ripiega un tovagliolo, lo trasforma in una dimostrazione improvvisata e prova a spiegare come un’intera informazione possa essere contenuta in una parte minima, proprio come accade negli ologrammi. Il discorso scivola verso l’idea di un ordine nascosto dell’universo, una struttura invisibile che avrebbe bisogno del linguaggio per manifestarsi. Kowalski ascolta, perplesso. Mario insiste: ciò che è accaduto a Neven non assomiglia a una scoperta scientifica ma a una visione, forse a un’allucinazione. Eppure, sente che in quella manifestazione della mente si nasconde qualcosa che riguarda il mondo intero…

Con Dura madre. L’infinito di Leopardi, Sergej Roić porta a compimento un percorso narrativo iniziato negli anni precedenti e caratterizzato da una costante attrazione per il tempo profondo, la memoria e i grandi interrogativi sull’origine. Roić costruisce una macchina narrativa che mette insieme riflessione filosofica, invenzione fantastica e suggestioni scientifiche. La trama procede per deviazioni, intuizioni, racconti incastonati l’uno nell’altro, come se il pensiero stesso fosse il vero protagonista. Il riferimento leopardiano non è ornamentale. L’autore prende sul serio l’esperienza immaginativa contenuta nei versi dell’idillio e la trasporta in un territorio dove cosmologia, memoria e linguaggio si intrecciano. Chi cerca una narrazione lineare potrebbe trovarsi spiazzato, mentre chi accetta di seguire le sue traiettorie e abbandonarcisi troverà una prosa ricca di immagini insolite e di continue aperture speculative. Particolarmente riuscita è la capacità di far convivere registri diversi senza trasformare il romanzo in un trattato mascherato. Le idee passano attraverso oggetti, luoghi, conversazioni, figure che sembrano emerse da una memoria collettiva. L’edizione è arricchita da una decina di opere a colori di Renzo Ferrari, artista svizzero-italiano di matrice neo-espressionista. Riprodotte a piena pagina e accompagnate da brevi testi dialogano con il libro, amplificandone le inquietudini e le domande. Roić conferma la sua posizione singolare nel panorama letterario contemporaneo: distante tanto dalla fantascienza d’intrattenimento quanto dal romanzo filosofico tradizionale. Dura madre è un’opera irregolare, a tratti ostica, difficilmente confondibile con altre. Al termine della lettura rimane soprattutto una sensazione: quella di aver attraversato un territorio narrativo che non cerca di spiegare il mistero, bensì di abitarlo.