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Dura mater

duramater

Sarà l’effetto degli anestetici, che la fanno restare sospesa in un mondo che non è più quello dei vivi, ma neppure l’aldilà. O forse sarà il fatto che la zia Elda, morta da tempo, è entrata nella sua camera, si è avvicinata leggera e le ha posato sulla pelle la presentosa - d ’oro e con un cuore disegnato al centro - che le aveva regalato quando lei aveva sei anni. Fatto sta che Mariella pensa che sia stata una stupidaggine quella di buttarsi giù da quel terrazzo. È stata operata e, durante l’intervento, Luisa ha continuato a cambiarle le sacche di fluidi, mentre il chirurgo, finito il suo lavoro, ha ceduto il posto a chi si è poi occupato dei punti di sutura. Vanno dal centro della fronte fin sopra l’orecchio sinistro. Dovrà abituarsi a quello squarcio e considerarlo il suo terzo tatuaggio. Si chiama Mariella ed è abruzzese. I medici, dopo l’intervento, hanno detto ai suoi che dovrà essere tenuta per qualche giorno in coma. La portano nel letto numero cinque della terapia intensiva, dove lei resta immobile. Non c’è muscolo o parte del corpo che possa agire in maniera volontaria; respira; il suo cuore batte e viene alimentata con le sacche: è perfettamente al centro della sua vita biologica. I medici sono piuttosto ottimisti e affermano che tutto andrà come si spera, se reagirà bene a questo tempo interrotto, questo coma indotto a scopo cautelativo. Solo venti giorni prima Mariella stava discutendo la sua tesi di master in Marketing farmaceutico e per lei Nisix era il nome di un’azienda farmaceutica in cui lavora la sua docente di Market access. Ora, invece, sa che la Nisix è anche il nome scritto su ogni sacca di fluido che le scorre in vena. In questo periodo di riposo forzato, Mariella entra ed esce dai sogni, mentre la sua mente proietta confusi pezzetti di vita: immagini dell’ultimo viaggio fatto con Guido, scorci di una città visitata di recente, scene di un film, visioni di un mondo inesistente…

Ada Sirente, poetessa abruzzese che vive nelle campagne romane, offre al lettore, nel suo romanzo d’esordio, l’opportunità di interrogarsi sulla vita. E lo fa attraverso Mariella, la protagonista della sua storia, confinata in un letto d’ospedale, in coma farmacologico, disposto dai medici dopo un lungo intervento per cercare di arginare i danni causati da quello che, secondo la protagonista, appunto, è stato un tentativo di suicidio. Mariella è infatti convinta di aver tentato di togliersi la vita a seguito di una delusione d’amore. La verità, invece, è che l’intervento al cervello che ha subito è stato reso necessario dalla scoperta di una rara malattia di cui la donna era affetta e della quale ignorava l’esistenza. In quel limbo sospeso che non è morte, ma non ha più il carattere sincopato e d’urgenza del vivere quotidiano, Mariella cerca di ricucire i fili della sua esistenza; tenta di elaborare, analizzare e interpretare gli accadimenti e tutto quanto emerga dalla memoria. La cicatrice che l’intervento le porta sul volto è simbolo del solco più profondo che separa Roma e l’Abruzzo, la terra in cui vive e quella da cui proviene e in cui sono racchiuse le memorie più dolorose e quelle più potenti, a partire da quelle legate alla zia Elda. Anche il linguaggio utilizzato dalla Sirente sembra sdoppiarsi, come se distinto grazie a un’ennesima cicatrice: da una parte c’è il parlato dei medici - un gergo specialistico, quasi duro e asettico - dall’altro, nei ricordi, la parola si fa più lirica, quasi più arcaica. Una lettura potente e intensa, che sprona a ripartire dopo ogni sciagura, sia essa d’origine naturale, come un terremoto o una frana, o più individuale e intima. Un romanzo raffinato e ricco, una specie di diario minimo sospeso tra illusione e realtà, ma capace di arricchire e portare nuova consapevolezza in chi si appresta a leggerlo.