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Duramadre

Duramadre

Anni Cinquanta del Novecento. Celeste arriva al Paese Nuovo insieme a Tonio e a sua madre, che la precedono di poco. Il paese le appare subito ostile: gli sguardi degli abitanti la osservano e la giudicano, concentrandosi sui dettagli del suo aspetto. Celeste cammina dietro ai due, cercando di non inciampare, come trascinata in una processione in cui non ha voce. Nella piazza, tra odori di vino e rumori di animali, alcune galline sfuggono da una gabbia, del vino si rovescia a terra e si crea un momento di confusione per arginare il quale anche Celeste partecipa, afferrando una gallina. La donna si rende pian piano conto di essere entrata in un luogo chiuso e oppressivo, come in un inferno. Giunta in casa, si trova a cena con la famiglia di Tonio. L’ambiente è formale ed è evidente sia segnato da gerarchie consolidate tra uomini e donne. I familiari la osservano, la interrogano con curiosità trattenuta e a tratti giudicante, sottolineano il fatto che provenga da Napoli e che sia diversa da chi è nata e cresciuta in un paese. Celeste cerca di adattarsi, risponde con educazione e misura le parole, ma il disagio che avverte è crescente. A tavola, le donne servono e si muovono continuamente, mentre gli uomini occupano il centro della conversazione. Si parla della guerra e dei suoi effetti, evocando ricordi di distruzione e perdita. Celeste prova a inserirsi raccontando esperienze personali, ma si rende conto di restare ai margini del gruppo. Quando il padre di Tonio ricorda una figlia morta, Maria, evocandola come una presenza ancora viva nel passato, a tavola cala un silenzio pesante, interrotto solo da piccoli gesti e rumori. Celeste allora comprende che in quella casa esistono regole non dette, dolori nascosti e un controllo emotivo che impedisce qualsiasi espressione spontanea. Sarà difficile, pensa, trovare spazio e voce in un ambiente così chiuso…

Alla sua seconda prova narrativa, Erica Cassano – autrice nata a Maratea, attualmente residente a Genova, ma cittadina d’Italia e d’Europa – dà vita a un romanzo di formazione che affonda le radici in un Sud ancora governato da codici impliciti, dove l’identità individuale si misura continuamente con il peso dello sguardo altrui. È una storia che si muove tra intimità e contesto storico, raccontando la solitudine di una donna che prova a ritagliarsi uno spazio in un mondo che la respinge. Celeste arriva in Calabria spinta da un sentimento che immagina salvifico, ma si trova invece immersa in una realtà chiusa e diffidente. La sua condizione – donna, non più giovanissima, non sposata e proveniente dalla città – basta a trasformarla in un elemento estraneo, quasi una presenza disturbante. Il primo giorno di lavoro, con un’aula vuota ad accoglierla, diventa subito una dichiarazione d’intenti: qui l’integrazione non è prevista, va conquistata, e forse nemmeno è possibile. Cassano racconta questo isolamento senza mai forzare la mano, lasciando che siano i dettagli – gli sguardi, i silenzi, le piccole esclusioni quotidiane – a costruire una tensione costante, a partire dalla casa di Tonio, suo marito, che dovrebbe rappresentare un rifugio e si rivela invece un luogo di controllo e distanza, dove le relazioni sono irrigidite da gerarchie e rancori sotterranei. Anche il rapporto amoroso, motore iniziale della scelta di Celeste, si incrina progressivamente, fino a diventare un altro spazio di incertezza. Sul fondo si muove un’Italia che cambia, sospinta verso il boom economico, ma il paese in cui si svolge la vicenda resta immobile, come se il tempo si fosse fermato. Questa frattura tra modernità e tradizione non è solo ambientale, ma attraversa i personaggi, definisce le loro paure e limita le loro possibilità di scelta. In questo contesto, la protagonista incarna una forma di resistenza silenziosa, fatta non di gesti eclatanti ma di tenuta, di ostinazione a non dissolversi. Celeste è una figura complessa, mai eroica in senso tradizionale, che porta con sé fragilità, dubbi e un segreto destinato a incrinare ogni equilibrio. È qui che la narrazione si fa più intensa, perché la tensione non nasce tanto dagli eventi quanto dalla pressione interna che cresce fino a rendere inevitabile una scelta. Cassano scrive una storia che riflette sulla possibilità e sul prezzo dell’emancipazione in un contesto ostile. Senza indulgere in facili risoluzioni, restituisce il ritratto di una donna che resiste, anche quando non sa più esattamente per cosa. E proprio in questa incertezza risiede la sua forza più autentica.