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E per cieli le scienze - La scienza di Dante Alighieri

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L’istruzione, per le élite del Trecento, era basata sulle materie “del trivio” (grammatica, dialettica e retorica) e del “quadrivio” (aritmetica, geometria, musica e astronomia). Così era stato educato anche Dante Alighieri, un sapere profondo che mise alla prova frequentando anche ordini religiosi, altri letterati, nel confronto politico e civile. Lasciandosi alle spalle l’Alto Medioevo che aveva trascurato e oscurato la scienza, il Poeta si rivelava come un uomo del suo tempo, immerso nel Basso Medioevo che presagiva alla rinascita culturale successiva. Le nozioni disponibili, tuttavia, erano quelle antiche, pre-metodo scientifico: la cosmologia greca e alessandrina, la geometria di Pitagora e poco altro. Il tutto era però estremamente affascinante, nel carattere di una conoscenza acerba e da arricchire. Come descrivere, dunque, il Paradiso? Per migliaia di versi si susseguono rime per descrivere paesaggi, luci, sensazioni ed emozioni inaudite. Occorreva una base solida, fisica, e ci pensa Beatrice a illustrarla: indica a Dante la perfetta meccanica dei cieli, dai quali consegue ordinatamente il ritmo del tempo in un luogo che è per definizione eterno. In un sistema geocentrico (creato e mosso da Dio), si muovono cieli a diversa velocità e la Luna è la “spera più tarda”. Ancora la fisica, una specie di proto-fisica, si ritrova nell’Inferno, posto al centro della Terra. Il luogo, “lo mezzo al quale one gravezza si rauna”, è senza scampo e concentra su di sé ogni corpo lungo una voragine vorticosa. Ma al tempo di Dante si conoscevano le leggi della gravità? Newton non era ancora nato, naturalmente, perciò quando un peso, lasciato libero, cadeva verso il basso si ricorreva a una spiegazione intuitiva (e approssimativa): “manifestazione dell’istinto naturale”. Analogamente, nella sua opera più grande così come nel Convivio, Dante mostra senza ostentazione, ma al fine di rendere più credibile il suo pensiero, concetti di geologia, chimica, meteorologia…

La considerazione, autentica, di Dante per la scienza si può dedurre anche nel destino che aveva assegnato agli spiriti sapienti dell’antichità pre-cristiana: Talete, Tolomeo, Aristotele sono nel Limbo, immuni dalle punizioni più cruente e dalla dannazione della perdita di speranza. Una sorta di tentativo di collegare scienze ancestrali e spiritualità cristiana lo si ritrova nell’ultima cantica della Divina Commedia, quando - come chiosa l’autrice di questo saggio - “da Tolomeo Dante trae la struttura generale dei cieli del Paradiso”: la Terra è immobile e sferica, una minuzia ma centrale rispetto alla grandezza (non ancora reputata infinita) del cosmo. Il modello plastico di tale concezione è la sfera armillare, rappresentazione della sfera celeste in cui l’asse del nostro pianeta coincide con quello di tutto il cielo. In questo modo, Elena Tenze, fisica teorica e docente di matematica, racconta la scienza di Dante, procedendo per disciplina e inserendo i giusti riferimenti antologici (forse avrebbero giovato un po’ di spiegazioni o parafrasi per chi è digiuno di studi letterari). Capitolo dopo capitolo, quindi, si susseguono matematica, astronomia, musica, filosofia naturale (la fisica di un tempo), formando una storia scientifica dell’epoca e delle opere. E lasciando presagire il continuo e sempre più condiviso cammino della conoscenza e della scienza.